“Avrei potuto, è vero, consolarmi con la riflessione che, alla fin fine, era ovvio e comune il mio caso, il quale provava ancora un’altra volta un fatto risaputissimo, cioè che notiamo facilmente i difetti altrui e non ci accorgiamo dei nostri.” Luigi Pirandello in Uno, nessuno e centomila
Uno, nessuno e centomila fu l’ultimo romanzo scritto negli anni Venti dal celebre Pirandello, la testimonianza che egli volle lasciare di sé al mondo. Dopo anni dedicati alla sfera teatrale, Pirandello trascrive in quest’opera una forma testamentaria: la volontà di fissare la propria idea sul concetto di follia, quante sono le maschere che indossiamo, una per ogni persona che si conosce e una per se stesso. Vitangelo Moscarda è uno, è tanti, e allo stesso tempo nessuno. Interviene così la follia, una soluzione alla paradossalità della vita poiché la follia deriva dalla consapevolezza, dal pensiero che vuole sfidare le centomila apparenze che lo imprigionano.
Cruciale è il momento davanti allo specchio. La sua immagine riflessa e imperfetta gli rivela che, oltre a essere tante persone diverse, egli non sa chi è veramente. Una verità data dall’inconsapevolezza di sé.
«Di ciò che posso essere io per me, non solo non potete saper nulla voi, ma nulla neppure io stesso.»
Quell’immagine rivela in lui delle imperfezioni che lo turbano: scopre dalla moglie di avere il naso storto, un dettaglio di se stesso a cui non aveva fatto caso prima. Questa semplice coincidenza innescherà tutta una serie di ragionamenti che lo condurranno di non voler essere più per gli altri ciò che lui è per se stesso.

La presa di coscienza avviene quando scopre che il padre non è un banchiere, ma un usuraio, una scoperta che lo spingerà a vivere diversamente dagli schemi che la società gli aveva fino a quel momento imposto. E pertanto: “scompigliare le carte, distruggendo le immagini di lui che gli altri si erano creati, gli altri “lui” che vivevano nell’immaginario delle persone che lo conoscevano. Comincia così, distaccandosi dalla “fama di usuraio” ereditata dal padre, a rovesciare le carte in tavola offrendo ad esempio una casa a una coppia di ex clienti invece di sfrattarla. Al gesto sorprendente la gente esclama contrariamente: Pazzo! Pazzo! Pazzo!
Ne seguono altri accompagnati da sfumature folli, arrivando al punto da essere etichettato insano di mente. Trovandosi dopo il suo mancato suicidio in un ospizio, vive la propria condizione nell’accettazione del nulla, ovvero comprende che la vita “non conclude”. Ormai fuori dal mondo e isolato, termina la sua storia con queste parole:
«muoio ogni attimo, io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori».
Uno, nessuno e centomila è il romanzo che racconta la crisi dell’individuo toccando anche il tema della maschera – del teatro appunto – in un continuo rincorrere la propria identità nella scoperta di se stesso. All’origine il conflitto tra gli uomini dove ogni persona cerca di imporre la propria visione su di sé e sugli altri. Nel finale il personaggio rinuncia a ogni identità abbandonandosi a puro flusso della vita.
“Una realtà non ci fu data e non c’è, ma dobbiamo farcela noi, se vogliamo essere: e non sarà mai una per tutti, una per sempre, ma di continuo e infinitamente mutabile.” Luigi Pirandello in Uno, nessuno e centomila
Una metamorfosi contraddittoria e paradossale di 140 pagine dalla voce di Vitangelo, e dove si possono cogliere una, nessuna e centomila cose da scoprire:
Una – intesa come frammentazione dell’Io verso cui l’individuo sempre torna
Nessuna – per tutto ciò che di noi già conosciamo guardandoci nel profondo
Centomila – le sfumature e i percorsi che intraprendiamo nella nostra evoluzione
