Nel 1968 il vasto stato centrafricano era saldamente nelle mani di Mobutu, il capo di stato maggiore dell’esercito che con il golpe del 24 novembre 1965 si era insediato alla guida del paese. Dopo aver eliminato tutti i leader dell’opposizione e reso illegali i loro partiti, Mobutu instaurò una dittatura autocratica e monopartitica. Il suo partito, il Mouvement Populaire de la Revolution (Mpr), rimase l’unico ammesso sulla scena politica. Tra i pochi gruppi sociali rimasti saldamente all’opposizione figuravano gli studenti universitari di Lovanium. Fondata nel 1954 dai colonizzatori belgi, l’Università di Lovanium sorge tra le colline che circondano Kinshasa. Nel turbolento biennio 1968-1969 il campus sarebbe diventato il focolaio di una fiera opposizione al regime. Già insoddisfatti della politica neocoloniale di Mobutu, a loro dire troppo vicino all’Occidente, per gli studenti congolesi il movimento di protesta globale del 1968 si rivelò un potente catalizzatore.
Per il Congo le proteste studentesche furono, fatte le debite proporzioni, un avvenimento ben più rivoluzionario di quelle condotte dai loro omologhi parigini o milanesi. Infatti, non bisogna dimenticare che la dittatura era riuscita a imporre il silenzio a tutti i movimenti di opposizione; che i sindacati erano saldamente controllati dallo stato e che le autorità ecclesiastiche non avevano alcun potere politico. Solo gli studenti osavano ancora protestare. L’intellettuale belga David Van Reybrouck, autore di un puntuale e accattivante studio sugli ultimi centocinquant’anni di storia congolese, ha sostenuto che “le rivolte studentesche del maggio 1968 a Parigi, Lovanio e Amsterdam sembravano al massimo delle attività ludiche paragonate alla grinta e all’intensità del movimento studentesco congolese”. Secondo gli studenti, Mobutu aveva riproposto, a cinque anni dall’indipendenza (30 giugno 1960), un modello di governo quasi privo di soluzioni di continuità con il regime coloniale. Come sotto il dominio belga, infatti, a reggere le sorti del paese non erano istituzioni politiche, ma un anonimo apparato burocratico. Facendo un passo indietro, inizialmente il colpo di stato di Mobutu era stato portatore di grandi e ambiziose speranze: il controllo forte che grazie all’esercito esercitava sullo stato chiudeva un quinquennio dominato da governi fragili e di breve durata. Inoltre, secondo quanto dichiarato alla radio congolese quello stesso 24 novembre 1965, egli avrebbe detenuto il potere per cinque anni – il tempo sufficiente a riordinare il paese – per poi prepararlo a regolari elezioni multipartitiche. Le cose presero una piega differente: Mobutu avrebbe detenuto la presidenza del Congo per trentadue anni, fino al 1997. Tuttavia, già nei primi anni del suo governo l’entusiasmo iniziò a scemare, soprattutto tra i giovani, i cui modelli politici erano di stampo decisamente più democratico. Ad accendere la miccia della rabbia studentesca fu la visita a Kinshasa del vicepresidente degli Stati Uniti d’America Hubert Humphrey. Nel gennaio 1968 infatti lo statista americano decise di rendere omaggio al monumento eretto a Kinshasa in onore di Patrice Lumumba, protagonista dei moti anticoloniali degli anni Cinquanta e primo presidente del Congo indipendente. La stessa costruzione del monumento da parte di Mobutu aveva destato non pochi malumori, data la sua nota responsabilità nell’assassinio di Lumumba. La corona di fiori deposta dal rappresentante di quello che veniva visto come il massimo esempio di imperialismo globale cippo del padre dell’indipendenza fu una provocazione impossibile da ignorare. I movimenti studenteschi scesero in strada a protestare contro l’imperialismo statunitense e il loro stesso presidente, che si dimostrava null’altro che una pedina della politica americana. Queste ondate di protesta fornirono a Mobutu il pretesto per dichiarare fuorilegge l’Unione degli studenti congolesi e avviare retate contro i suoi leader. I moti nel campus di Lovanium raggiunsero l’apice nel giugno 1969, quando gli studenti decisero di organizzare una manifestazione per le strade della capitale. Temendo sommosse, Mobutu inviò l’esercito ad occupare Lovanium, che per giorni visse in uno stato di assedio. Tuttavia, nonostante la presenza dei militari, gruppi di persone riuscirono a eludere la sorveglianza per raggiungere il centro di Kinshasa. Dagli scontri che seguirono persero la vita un numero compreso tra i sei (fonti governative) e i cinquanta (fonti dell’opposizione) studenti, mentre gli arresti furono circa ottocento. In seguito a questi fatti, Mobutu ristabilì l’ordine infliggendo pene che arrivarono ai vent’anni di carcere per gli organizzatori della rivolta e imponendo in ogni sede universitaria una sezione giovanile del Mpr. Ma per quanto sconfitti, gli studenti avrebbero proseguito nella loro ostilità contro il regime.
Venticinque anni più tardi, infatti, una nuova generazione di universitari avrebbe rispolverato le bandiere della vecchie lotte per scendere nuovamente in piazza in nome della democrazia. Le violenze dell’esercito culminarono tra il 12 e il 13 maggio 1990 nella repressione dei manifestanti nella città mineraria di Lubumbashi, dove i morti si contarono a centinaia. Il loro numero esatto non è mai stato reso noto, ma si aggirerebbe intorno alle trecento persone.