Il codice indica pertanto la forma libraria conservata fino alla contemporaneità, seppur cambiando nei secoli le sue caratteristiche e che, a partire dal I secolo d.C. andò a sostituire progressivamente il volumen, il rotolo di papiro, trasmesso dal mondo classico agli antichi egizi. Il codice, detto anche manoscritto, resta quindi la forma attestata antecedente all’invenzione dei caratteri a stampa; un profondo spartiacque tra l’invenzione dei caratteri mobili e il mondo editoriale all’artigianale copiatura dell’amanuense.
La codicologia è dunque quella disciplina che studia il libro antico, medievale, e in parte umanistico e rinascimentale, in tutti i suoi aspetti fisico-sociologici. Rispetto a una stampa che imprime il luogo e la data di edizione, il libro copiato a mano al contrario cela la sua genesi. Secondo Lemaire la codicologia cerca attraverso ogni indizio possibile di interpretare le condizioni della produzione originale di un libro confezionato in modo artigianale: unicum visto come un arcano archeologico studiato e valutato indagando una rete complessa di fattori di cui è il risultato non casuale. Un studio che include un’attenzione per la storia, le committenze e le tecniche di fabbricazione: codicologia stricto sensu come archeologia del libro.
Il libro è la testimonianza di un’epoca, un fenomeno sociale e culturale, condizionato dalle mentalità locali con l’intento di diffondere messaggi attraverso la correlazione tra contenente-contenuto. Va puntualizzata una differenziazione tra a codicologia in senso ampio (lato sensu) che studia il fenomeno storico-culturale al senso stretto (stricto sensu) l’archeologia del libro. Una scienza al pari di altre secondo Palma che studia i manoscritti, soprattutto medievali, che non è meno importante della scrittura e del testo come sì veicolo ma anche prodotto materiale di una società in cui si fondono tecnica e ideologia. Tutte le sue caratteristiche debbono essere prese in considerazione, e in tal senso tutte le discipline convogliate verso di esso sono fondamentali e contemporaneamente ausiliarie l’una dell’altra. Il libro antico non seguì caratteri formali universali per l’elevata diversità di esemplari all’interno di tipologie omogenee, sicché è difficile riassumerla in un corpus di dimensioni ragionevoli. Il libro deve essere dunque considerato, nella stessa misura in cui la sociologia studia l’uomo non come individuo, bensì come elemento della collettività: manoscritto come atto creativo di un’attività sociale indagato secondo una prospettiva antropo-sociologica ove i comportamenti mutano ed evolvono secondo logiche collettive.
Nel IV secolo con l’affermarsi del Cristianesimo, avvenne il passaggio dal volumen al codex, un mutamento radicale in termini di produzione e sviluppo di una nuova forma libraria. L’avanzata del codex cristiano permise alla Chiesa una diffusione capillare dei dogmi destinati al popolo, e non più a un’elité, grazie anche al supporto delle miniature accostate alle parole, immagini su pergamena impreziosite da sfarzose cornici a colori destinate a rendere comprensibili i testi agli analfabeti: un registro universale testimonianza della parola divina. Nel tempo la sua utilità venne introdotta anche nelle sfere umanistiche, scientifiche e giuridiche; il formato si fece maneggevole, la materia più resistente per lasciare il posto ai nuovi scriptoria monastici situati nei monasteri quanto nelle sedi vescovili. È chiaro come il libro assunse nuove valenze divenendo il simbolo del sacro, lo strumento identificativo della Chiesa cattolica. Un libro che, attraverso il potere dell’immagine, poté essere anche “mostrato” durante le cerimonie e compreso da ogni fascia sociale.
Nel XII secolo il codice iniziò a evadere dai chiostri grazie alla diffusione degli ordini mendicanti, e la nuova dimensione laica introdusse nuove forme di produzione editoriale come la pecia collegate alla nascita dell’università dove il diritto di scegliere i testi e la possibilità di controllarli continuarono ad essere garantiti col nuovo sistema della pronunciatio, una sorta di dettato orale del testo tra docente e studente.
L’ultimo periodo del libro manoscritto fu scandito in Europa da grandi capovolgimenti sociali con l’egemonia di una borghesia aperta e alfabetizzata, un nuovo panorama culturale che incentivò la produzione privata definita anche “amatoriale” intesa come “non contrattuale” e in conseguenza non affidata a professionisti. Studiosi e lettori poterono copiare da sé i libri, una nuova categoria intellettuale identificata nell’uomo di cancelleria, colui avente pratica di scrittura e che di frequente sottraeva la produzione libraria ai circuiti tradizionali. Un libro ormai modesto inteso nell’allestimento, e popolare per la sua accessibilità e riproduzione. Si assistette a un moltiplicarsi di categorie librarie e un allargamento delle competenze professionali poiché non aumentò solo la classe dei copisti professionisti affianco ai “fai da te” ma nacquero officine specializzate di decoratori, miniatori e pittori all’interno di corporazioni differenziate in un sistema commerciale all’avanguardia. Un fenomeno umanistico che vide nel codice la testimonianza di un testo prezioso e antico all’interno di un sistema antiquario che incise non solo nell’uso del latino come lingua ufficiale, quanto nella scelta estetica del contenitore. Una lenta evoluzione dal vasto assortimento rinascimentale tra libri di lusso, libri da banco, libri da bisaccia, libri da mano all’interno di una cultura artistica profondamente radicata nelle differenti comunità urbane per sfociare infine nella ideazione dell’incunabolo con l’avvento della stampa, tecnologia che riprese come modello simbolico il libro antico in ogni sua forma.