“Decolonizzare la follia” le osservazioni di Frantz Fanon sulla psicosi di guerra in Algeria Andrea Castelletto 13/06/2022

“Decolonizzare la follia” le osservazioni di Frantz Fanon sulla psicosi di guerra in Algeria

Siamo soliti accostare il concetto di colonialismo a immagini di violenza bruta, stupri, saccheggi, depredazione e ogni forma di violenza «calda». Tuttavia, il dominio europeo sulle colonie è passato anche attraverso forme di potere più sottili ma, come vedremo, non meno invasive o violente della forza bruta.

Uno di questi meccanismi di potere era rappresentato, fin oltre la metà del Novecento, dal sapere scientifico della psichiatria. Il caso di studio sul quale vorrei ora concentrarmi è costituito dalle osservazioni condotte dallo psichiatra Frantz Fanon (1925-1961) nell’Algeria degli anni Cinquanta. È in questo contesto, dominato dall’annosa guerra d’indipendenza con la Francia (1954-1962), che prese piede una nuova patologia, definita «sindrome nordafricana». Secondo Fanon la nascita del concetto di «sindrome nordafricana» sarebbe parte di una più grande «teoria dell’inumanità», la quale troverebbe “le leggi e i corollari di cui ha bisogno” proprio nel modo in cui il sapere medico «bianco» si rapporta con il malato «nero». Possiamo accostare il concetto di «sindrome nordafricana» con la pazzia descritta da Michel Foucault nella sua Storia della follia nell’età classica. In entrambi i casi, infatti, più che della scoperta scientifica di una nuova malattia si trattava della creazione di un nuovo meccanismo di sapere medico funzionale al potere. L’etichetta di “folle” serviva ad allontanare – e successivamente internare – i cosiddetti indesiderati della società. La «sindrome nordafricana» stabiliva una relazione di egemonia/subalternità fra colonizzatore e colonizzato. Secondo l’antropologo Kenneth Hewitt, durante l’età moderna (nella storiografia francese cui apparteneva Foucault il concetto di «età classica» corrisponde indicativamente al XVII secolo) l’invenzione della follia avrebbe costituito uno strumento nelle mani di quelli che chiama i “campioni della ragione” per gestire lo scandalo rappresentato dagli emarginati, fra i quali, come ha brillantemente dimostrato Foucault, si trovavano tanto i malati mentali quanto delinquenti comuni o persone affette da malattie socialmente pericolose come la lebbra. Tutte queste categorie sarebbero in seguito divenute vittime dei grandi internamenti di età moderna. Se per l’intellighenzia della Francia illuminista i pazzi “sfidavano apertamente la nostra nozione di ordine”, per i colonizzatori europei una sfida simile era quella condotta dagli africani malati. Frantz Fanon, giovane martinicano laureando in medicina nella Francia dei primi anni Cinquanta, è stato uno dei primi a studiare sul campo e riportare sulle colonne di prestigiose riviste scientifiche la condizione sanitaria in cui versava l’allora colonia algerina (ma altrove la situazione non era molto diversa). Secondo le sue osservazioni, “il comportamento del nordafricano provoca spesso nel personale medico un atteggiamento di diffidenza verso la realtà della sua malattia”. Se un algerino si presentava da un medico lamentando dolori ma un controllo più approfondito non evidenziava alcuna lesione il medico concludeva facilmente che “il dolore del nordafricano […] è […] inesistente e irreale”. Un’altra conclusione a cui i medici-colonizzatori giungevano è di ordine etico: il nero si lamenta perché non vuole lavorare e fingendosi malato trova una scusa per stare a riposo. I medici arrivavano così:

“a chiedersi se non si sia diventati il giochetto di questo paziente che non si è mai veramente capito. Il sospetto fa la sua comparsa. D’ora in avanti si dubiterà di qualsiasi sintomo dichiarato. […] Di fronte a questo dolore senza lesioni, a questa malattia distribuita in tutto il corpo, a questa sofferenza continua, l’atteggiamento più immediato e a cui si arriva più o meno rapidamente è la negazione di qualsiasi patologia. Nei casi estremi, il nordafricano è un simulatore, un bugiardo, un vigliacco, un fannullone, un perdigiorno, un ladro”.

Per il pensiero medico, un dolore senza causa (secondo la norma per cui “ogni sintomo suppone una lesione”) è uno scandalo, è qualcosa che fa “vacillare il pensiero medico” stesso. Di conseguenza, il paziente si trasforma in uno sfidante “indocile e indisciplinato […] che ignora le regole del gioco”. Essendoci un dolore ma mancando una lesione, quale sarà la diagnosi? Una nuova patologia viene allora «scoperta» e codificata sotto il nome di «sindrome nordafricana». È una malattia asintomatica che getta il paziente “automaticamente su un piano d’indisciplina” (rispetto alla disciplina medica, si intende), “di incoerenza (rispetto alla legge [secondo cui] ogni sintomo presuppone una lesione), di insincerità (sostiene di soffrire, mentre sappiamo bene che mancano le ragioni del soffrire)”. Ma che cosa si nascondeva in quel disturbo che l’etnocentrismo europeo liquidava con la definizione di «sindrome nordafricana»? Si tratta di quelle che in medicina vengono definite «psicosi di reazione», ovvero patologie manifestatesi in seguito ad un evento scatenante, circoscrivibile nella storia individuale del singolo soggetto. Ma nel contesto coloniale e ancor di più nelle guerriglie da esso provocate, secondo Fanon questa classificazione medica, così legata alla ricerca di un evento, si rivelerebbe riduttiva e superata dal fatto che in questi casi l’evento scatenante andrebbe ricercato nella realtà tout court, ossia nella congiuntura storica nel quale il malato si è trovato immerso. E questa congiuntura, come possiamo constatare leggendo le analisi condotte sul campo, provocò i suoi drammatici effetti tanto sugli africani quanto sugli europei. Tra le persone incontrate da Fanon c’era ad esempio un poliziotto europeo che iniziò a picchiare e torturare la moglie e i figli dopo che fra le sue mansioni in Algeria compresero il dover torturare prigionieri “alle volte [per] dieci ore di seguito”. Osservando l’altro lato della barricata, Fanon ebbe in cura anche i torturati del Fronte di liberazione nazionale. Dopo le violenze psico-fisiche – che andavano dalle percosse fino all’elettrocuzione – sorgevano casi di depressione, apatia, afasia e diversi altri disturbi di natura psico-somatica, a volte permanenti. Se le guerre di indipendenza – come il caso algerino osservato da Fanon ben documenta – sono state un potente catalizzatore per la diffusione di malattie psichiatriche, il colonialismo in quanto tale era stato già di per sé un “gran fornit[ore] degli ospedali psichiatrici”. L’oppressione che potremmo definire ordinaria (ossia al di fuori dei contesti di lotta armata) nelle colonie conduceva spesso ad un crollo delle difese psichiche dei colonizzati. (“Poiché è negazione sistematizzata dell’altro, decisione forsennata di rifiutare all’altro ogni attributo d’umanità, il colonialismo costringe il popolo dominato a porsi continuamente la domanda: «Chi sono io in realtà?»”). Rovesciando l’eurocentrismo dominante nelle scienze coeve, Fanon conclude le sue osservazioni sulla «sindrome nordafricana» lasciando ai colleghi alcune efficaci domande:

“Se tu non reclami l’uomo che ti sta di fronte, come puoi pensare che io creda che tu reclami l’uomo che è in te? Se TU non vuoi l’uomo che ti sta di fronte, come potrei credere io all’uomo che forse è in te? Se TU non esigi l’uomo, se TU non sacrifichi l’uomo che è in te perché l’uomo che sta su questa terra non sia soltanto un corpo, soltanto un Mohammed, quale espediente dovrò mai trovare io per avere la certezza che anche tu sei degno del mio amore?”.

Vorrei utilizzare queste righe conclusive per ricollegarmi agli esempi citati sopra: nonostante che per tutti i soggetti incontrati da Fanon fosse possibile rintracciare l’evento da cui si sono sviluppati i diversi disturbi – l’aver assistito allo stupro della moglie, l’aver preso parte ad omicidi di massa o subito torture – questi fatti non erano comunque altro che sotto-avvenimenti (senza nulla togliere alla loro gravità) di quell’avvenimento totalizzante che fu la guerra d’Algeria, la quale tra il 1954 e il 1962 provocò la morte di 26 000 francesi (in massima parte militari) e di almeno 300 000 algerini (in massima parte civili).

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