In ricordo di Aldo Moro

In ricordo di Aldo Moro

I cinquantacinque giorni più bui della storia della Repubblica Italiana. Aldo Moro fu ucciso. Fu perpetrato a suo danno un omicidio politico a causa delle scelte che compì e del fastidio che fu in grado di arrecare nell’arco della sua vita politica.

“Nonna?! Io vado fuori a giocare”.

“No, resta qui; vieni dentro subito!”

Non capisco, non capisco proprio. La porta della terrazza, aperta come sempre con la bella stagione, all’improvviso la nonna la chiude. La radio, accesa come tutte le mattine, smette di trasmettere i soliti racconti dei romanzi letterari e inizia a trasmettere, invece, delle notizie.

“Vai in cucina, accendi la televisione, fai presto Isabella!”

“Perché? La televisione di mattina?”

L’atmosfera inizia a non piacermi. La nonna è preoccupata, la nonna è molto preoccupata, io non l’ho mai vista così! Ed ecco trasmettere quella notizia e quelle immagini. Tutte quelle persone, tutti quegli uomini attorno ad un’auto. Un’auto che a me, bambina, piaceva molto per la forma e il colore. L’aveva anche la mamma di una mia amichetta, però azzurra. Ed era bella. E perché…

“Lì non mi piace, è brutta!”

Io non ho mai visto la nonna così! A un certo punto la mia nonna sembra come cadere sulla sedia, mi attira a sé e mi abbraccia. ‘Ma come? Ma perché?’ inizio a pensare io…

“Hanno ucciso Aldo Moro, Isabella” e scoppia a piangere.

“Quel signore che è sempre al telegiornale?”

Io non avevo mai visto prima la mia nonna piangere e iniziai a spaventarmi. L’abbraccio della nonna durò quel tanto che mi portò dall’imbarazzo al disagio e, infine, alla paura. La nonna mi staccò da sé, e cominciò a parlare di prima guerra mondiale, di seconda guerra mondiale e, quindi, proseguì prospettando l’inizio di una terza guerra mondiale a seguito di quell’evento. Io, a questo punto, avevo decisamente paura!

“Beh… allora… se scoppia una guerra che prende tutto il mondo… allora… chiamiamo la mamma che è a lavoro!” … e quella giornata non mi sembrò più così azzurra.

Il 17 novembre 2014 è stato ospite presso l’università degli studi di Padova, nell’ex facoltà di Scienze Politiche, il professor Miguel Gotor. Attualmente senatore della Repubblica, o “dissennatore” stando al dire della piccola figlia del professor Almagisti (mi perdoni la nota personale e simpatica ma, appunto, è stata troppo simpatica), ci riferisce un’ampia panoramica relativa alla vicenda Moro. Nell’anno 2014 è stata istituita una nuova commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro, di cui il professor Gotor fa’ parte, per indagare se sia possibile individuare nuovi elementi che permettano di far luce sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, dopo che otto, se non nove, commissioni d’inchiesta già si sono susseguite in questi trentotto anni senza, tuttavia, riuscire a raggiungere una verità giudiziale riguardo ai reali mandanti e ai reali obiettivi perseguiti. Sono, dunque, in corso i lavori della commissione, denominata “Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro”, istituita con Legge 30 maggio 2014, numero 82. È presieduta da Giuseppe Fioroni, senatore del Partito Democratico ed è formalmente la terza. La prima, ad hoc, fu istituita con Legge 597 del 1979 e concluse i propri lavori il 29 giugno 1983. La seconda fu la “Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi”, istituita con Legge numero 172 del 17 maggio 1988, che rimase poi attiva per tredici anni, fino al 2001. La durata inizialmente indicata era di diciotto mesi ma mole e quantità dei compiti resero tale termine inadeguato e fu, di conseguenza, via via prorogato. In realtà possiamo considerare quella attuale la quarta, afferma il senatore Gotor, comprendendo a pieno titolo, sia per quanto accertato sia per il materiale prodotto e le strade aperte, la Commissione P2, presieduta da Tina Anselmi e istituita con Legge 23 settembre 1981, numero 527, che protrasse la propria attività dal 10 novembre 1981 al 11 luglio 1983.

16 marzo 1978 – 9 maggio 1978: i cinquantacinque giorni più bui della storia della Repubblica Italiana. Aldo Moro fu ucciso. Fu perpetrato a suo danno un omicidio politico a causa delle scelte che compì e del fastidio che fu in grado di arrecare nell’arco della sua vita politica. Mentre era in vita, Moro probabilmente non avrà mai pensato che quelle scelte lo avrebbero potuto portare a quel destino. In alcune lettere recapitate alla moglie Eleonora, Moro scrive: “Certo ho sbagliato, a fin di bene, nel definire l’indirizzo della mia vita. Ma ormai non si può più cambiare. Resta solo di riconoscere che tu avevi ragione.” 1 Sottolinea come egli avrebbe dovuto darle ascolto, avrebbe dovuto non dedicarsi all’attività politica. “Ora io pago, pago oltre i miei meriti e le mie responsabilità”, ma “è il destino che ci prende”.2 Moro era un uomo molto odiato da destra come da sinistra, e anche dal centro, ci riferisce il professor Gotor, poiché si è sempre posto un problema che raramente in Italia un dirigente politico si pone, ovvero il riformismo.

Nel corso del ‘900 nel nostro Paese i momenti di effettivo riformismo sono stati pochi, mentre la maggior parte della nostra storia si è mossa sul connubio di due categorie politiche, il trasformismo e il consociativismo. Alcuni momenti nei quali si è rotto questo gioco bipolare delle parti hanno avuto come protagonista Aldo Moro, negli anni ’60 con il centro sinistra e negli anni ’70 con l’esperienza della solidarietà nazionale. L’elemento caratterizzante il riformismo moroteo, che è stato la ragione per la quale egli fu così detestato, consistette nel fatto che Moro ha provato da un lato a consolidare il sistema politico italiano e dall’altro ad allargarlo. Nella sua azione ha messo un elemento di dinamismo, che corrispondeva a una sua visione della politica e, secondo Gotor, anche dell’uomo. Vi ha messo un’energia che intendeva strutturare e fortificare un sistema al fine di allargarlo. È questo il punto e la difficoltà del disegno moroteo. Ed è la difficoltà di tutti i riformismi italiani, quelli che tentano di cambiare i rapporti di forza culturali, politici e sociali. Perché la tendenza al trasformismo e al consociativismo del sistema non appartiene solo al mondo politico, ma a tutti i sistemi sociali. Il delitto Moro, per usare un’espressione di Carlo Bo, è stato un delitto di abbandono. Moro è lasciato morire. E al tempo stesso è stato, per una generazione, anche un parricidio. La necessità di uccidere un padre troppo ingombrante, troppo protagonista con l’idea che ciò avrebbe prodotto una catarsi. Pertanto il sequestro Moro non fu solamente un sequestro di persona, lo è stato e ne ha seguito le regole, tuttavia tale sequestro presentò anche un carattere informativo e spionistico, di raccolta di informazioni sensibili. Fu una vicenda articolata e non solo tragica, proprio per l’intreccio di questi aspetti. Moro è un uomo di Stato, un uomo di Governo, un uomo di Partito. Un uomo che nei trent’anni precedenti ebbe altissime responsabilità e conoscenze, nazionali e internazionali, e il suo sequestro assunse fin dall’inizio i tratti di un ricatto e come tale venne percepito dalle classi dirigenti di allora.

La vicenda Moro non volle essere un classico regicidio; se lo fosse stata Aldo Moro sarebbe stato assassinato subito, il 16 marzo 1978. I brigatisti uccidono i cinque uomini della scorta con un’operazione militare nel cuore di Roma estremamente raffinata ed efficiente. Un commando armato riesce a eliminare cinque uomini, a loro volta armati e preposti, in quegli anni di piombo, alla tutela del corpo di un altro uomo. Riescono a far ciò con quel gruppo di persone in movimento, lasciando sopravvivere il sesto uomo, che rappresenta l’oggetto e il soggetto del rapimento. Quindi non del suo omicidio, che interverrà cinquantacinque giorni dopo. Aldo Moro, rapito vivo in via Fani, verrà lasciato cadavere il 9 maggio 1978 in via Michelangelo Caetani, una strada ricca di significati simbolici. Essa, infatti, è vicina sia a Piazza del Gesù, in cui si trovava la sede nazionale della Democrazia Cristiana sia a Via delle Botteghe Oscure, dove vi era la sede nazionale del Partito Comunista Italiano. Era inoltre situata a circa una decina di chilometri dalla stessa via Fani e a poche centinaia di metri da piazza Venezia, dalla quale si contano le miglia di tutte le strade d’Italia. Ecco quindi, nel cuore di Roma e nel cuore d’Italia. Con questo si intende mettere in evidenza come Moro non venga abbandonato in una discarica della periferia romana, come si abbandona il cadavere di un sequestro finito male. E per lanciare un messaggio politico gli viene messa nelle tasche una copia de L’Unità e una copia de Il Popolo. I brigatisti che lasciarono il corpo di Aldo Moro in quel punto d’Italia così emblematico, si assunsero dei rischi che, per alcuni, sono addirittura irragionevoli. E che per avere una ragionevolezza devono essere sottoposti ad un vaglio analitico, che certamente non si trova, sostiene il professor Gotor, nella versione ufficiale del rilascio di quel cadavere tanto ingombrante. Il 16 marzo entrano in azione almeno dieci brigatisti, in base alle risultanze processuali. Sono stati tutti arrestati. L’ultima, Rita Algranati, ventisei anni dopo, nel 2004. Tranne uno, Alessio Casimirri, attualmente latitante in Nicaragua. Una serie di testimonianze oculari convergenti sostiene che al sequestro Moro e all’uccisione dei cinque uomini della scorta hanno partecipato anche due individui su una moto Honda, la cui presenza è stata sempre negata dai rimanenti brigatisti, con il presumibile intento di non rivelare i loro nomi alla magistratura. Il testimone principale della presenza di questa moto fu un passante occasionale, il quale riuscì ad evitare un proiettile che infranse il parabrezza del suo motorino e in seguito, per vari mesi, ricevette numerose telefonate anonime che gli annunciavano una dura rappresaglia da parte dei “rossi” se avesse parlato. In base al racconto dei terroristi, Aldo Moro viene portato in un covo nel quartiere romano della Magliana, in via Montalcini, dove avrebbe trascorso i cinquantacinque giorni della sua prigionia. Il rapimento di Aldo Moro suscita una forte emozione nella società italiana, per il prestigio e l’autorevolezza del personaggio, e anche perché era la prima volta in cui le Brigate Rosse colpivano così in alto, rapendo una figura tanto importante. In pochi ritenevano che le BR fossero in grado di compiere un’operazione militare così efficace. Il rapimento di Moro ha effetti immediati sulla vita politica italiana. In quella giornata del 16 marzo si sarebbe dovuto varare un governo che, per la prima volta dal 1947, avrebbe riportato i comunisti italiani, e quindi il PCI, a sostenere la maggioranza di governo, pur senza esprimere direttamente dei ministri. I tempi previsti per il dibattito parlamentare in quelle ore in corso sono accelerati e durante la giornata viene data la fiducia al quarto governo Andreotti. Alle ore 11:00 di quella mattina si riunisce il nuovo consiglio dei ministri, durante il quale si definiscono i principi guida di quella che sarà chiamata la linea della fermezza. In primo luogo il rifiuto di accettare un eventuale scambio del prigioniero con persone già detenute nelle carceri dello Stato, cedendo cosi al ricatto imposto dalle Brigate Rosse. In secondo luogo la rinuncia a compiere qualsiasi atto che potesse implicare un riconoscimento politico e giuridico delle BR come forza combattente. Ciò avrebbe significato legittimare la violenza armata come metodo ordinario di lotta politica e questo sarebbe avvenuto in un ambito costituzionale di Repubblica democratica a regime parlamentare, quale era l’Italia nel 1978. In quell’occasione il segretario del Movimento Sociale Italiano, Giorgio Almirante, chiede la sostituzione del ministro dell’interno con un esponente militare. La pena di morte è invocata non solo da Almirante, ma anche dal segretario del Partito Repubblicano, Ugo La Malfa. I tre sindacati confederali quel giorno, il 16 marzo, proclamano immediatamente lo sciopero generale. Nelle principali città del paese si svolge una serie di manifestazioni di massa contro l’atto terroristico, e le bandiere rosse del PC e quelle bianche della DC, forse per la prima volta nella storia repubblicana, si confondono insieme con quelle dei sindacati. In piazza San Giovanni, a Roma, Luciano Lama parla alla folla con uno storico comizio nel quale richiama all’unità nazionale e alla resistenza al terrorismo da parte del popolo italiano. La realtà naturalmente è più sfumata, più complessa e faticosa. Nella tarda mattinata, ad esempio, a Roma si tiene un’assemblea presso la facoltà di Scienze Politiche con la partecipazione di esponenti di Autonomia Operaia e del Movimento Studentesco. Lotta Continua, il 17 marzo, uscì con un articolo intitolato “Respingiamo il ricatto, né con lo Stato né con le Brigate Rosse” facendo riferimento al clima di quell’assemblea della facoltà di Scienze Politiche di Roma, in cui per la prima volta era circolato quello slogan. Alle 14:00 del 16 marzo si riunisce la direzione nazionale del Partito Comunista Italiano. Giorgio Amendola e Pietro Ingrao sollevano immediatamente la necessità della fermezza dello Stato di fronte a qualsiasi ricatto. Aldo Tortorella accenna all’ipotesi di un complotto internazionale e Giorgio Napolitano invita alla piena collaborazione con le forze della nuova maggioranza, in particolare con la DC, e si interroga “sulle posizioni da prendere sulla vita di Moro, posizioni da non rendere pubbliche”. Alle 17:00 il Presidente della Repubblica Leone rivolge un appello al Paese e il segretario della DC, Benigno Zaccagnini, sollecita il nuovo Presidente del Consiglio Andreotti ad inviare anch’egli un messaggio alla nazione. Andreotti, visibilmente emozionato, rileva il professor Gotor, difende nella circostanza la fermezza dello Stato, la quale non ha niente di reazionario, niente di repressivo e formula “un grande appello alla coscienza della non violenza, è questo che in anni lontani Aldo Moro ci ha insegnato ed è questo per il quale si è sempre battuto”. Incominciano così i cinquantacinque giorni più bui della storia della Repubblica Italiana. Sabato 18 marzo, due giorni dopo, si tengono i funerali dei cinque uomini della scorta, Raffaele Iozzino, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera e Francesco Zizzi, cui parteciparono circa centomila persone. Al termine dei funerali viene distribuito un comunicato brigatista, nel quale si annuncia che Aldo Moro è rinchiuso in un carcere del popolo e sarà sottoposto ad un processo da parte del tribunale del popolo. In calce al testo è acclusa la fotografia di Aldo Moro che tutti noi conosciamo: la camicia sbottonata, lo sguardo disilluso e sconsolato. Contro la previsione diffusa in quelle ore dalla stampa e discussa dai partiti, i brigatisti non fanno alcun cenno alla richiesta di uno scambio di ostaggi. La loro unica intenzione dichiarata è quella di processare Moro come “rappresentante di quel regime democristiano che da trent’anni opprime il popolo italiano, in quanto padrino politico ed esecutore più fedele delle direttive impartite dalle centrali imperialiste”. Il 29 marzo, tredici giorni dopo il rapimento, le Brigate Rosse recapitano le prime due lettere di Moro a Francesco Cossiga, Ministro degli Interni e al collaboratore di Moro, Nicola Rana. In esse Moro auspicava una trattativa che, per avere successo, doveva rimanere segreta, perché, spiegava, “entra in gioco […] la ragione di Stato”. “- mi è stato detto con tutta chiarezza – che sono considerato un prigioniero politico, sottoposto, come Presidente della D.C., ad un processo diretto ad accertare le mie trentennali responsabilità”. “Soprattutto questa ragione di Stato nel caso mio significa, riprendendo lo spunto accennato innanzi sulla mia attuale condizione, che io mi trovo sotto un dominio pieno ed incontrollato, sottoposto ad un processo popolare che può essere opportunamente graduato, che sono in questo stato avendo tutte le conoscenze e sensibilità che derivano dalla lunga esperienza, con il rischio di essere chiamato o indotto a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole e pericolosa in determinate situazioni. […] dove si provocano danni sicuri ed incalcolabili non solo alla persona ma allo Stato”.3 Compare, perciò, sin dalla prima lettera il tema della ragion di Stato e della trattativa segreta se si vuole avere speranza di salvezza, e di un ricatto che ha un contenuto informativo, spionistico. La strategia adottata dalle BR in questa circostanza merita di essere analizzata nel dettaglio. Dopo aver consegnato riservatamente le due missive a Rana e a Cossiga e aver garantito al prigioniero che il loro contenuto non sarebbe stato reso pubblico, i terroristi divulgarono la sola lettera a Cossiga, cogliendo in questo modo l’occasione per sbeffeggiare pubblicamente Moro e, come scrissero in un loro comunicato, la mafia democristiana. Tuttavia, per un altro verso, le BR vollero tutelare la riservatezza della seconda missiva, quella inviata a Nicola Rana, che rimase segreta. In questa seconda lettera il prigioniero ribadiva gli stessi concetti presenti nella prima, ma aggiungeva un particolare, che i sequestratori dimostrarono di avere interesse a tutelare. Sebbene pubblicamente continuassero a proclamare di essere contrari a qualsiasi trattativa con il regime, Moro, in quella lettera a Rana, individuava nella portineria dell’abitazione privata del suo collaboratore il luogo da utilizzare per far pervenire messaggi riservati dall’esterno all’interno della prigione. Questo è un punto decisivo che potenzialmente modifica il corso della vicenda. Certamente nella percezione dell’antiterrorismo. Costoro si rendono conto, in base agli oggettivi comportamenti dei terroristi, che i sequestratori sono ben interessati ad aprire un canale segreto di ritorno tra l’esterno e l’interno della prigione. Nonostante a livello propagandistico, ossia attraverso i loro comunicati, i sequestratori vogliano far credere all’opinione pubblica che Moro e la “mafia democristiana” intendono seguire una trattativa segreta, mentre loro, che sono una forza rivoluzionaria, invece vogliono che nulla sia nascosto al popolo, in realtà, con i loro comportamenti, tutelano l’esistenza di questo canale segreto. Un canale che, nella percezione dell’antiterrorismo nazionale e internazionale, presenta un problema rilevante: aumenta notevolmente il valore politico dell’ostaggio e il tratto spionistico e informativo del sequestro. Tuttavia, per quanto sia disponibile alle nostre conoscenze, noi non sappiamo se questo canale abbia funzionato e quanto abbia funzionato. Perché se un canale è in funzione e se i sequestratori di Moro sono attenti a tutelarlo è verosimile ritenere che quel canale possa, debba e voglia funzionare. Cosa entri dall’esterno all’interno della prigione e cosa ne esca è un’incognita che, a prescindere dagli scritti di Moro, determina i meccanismi di funzionamento del processo ad Aldo Moro e, probabilmente, anche il suo tragico esito. A partire da questo primo recapito del 29 marzo ne seguiranno svariati altri. Dal carcere del popolo usciranno circa trentacinque missive del prigioniero che noi conosciamo come autografe. Le lettere di Moro, accuratamente gestite dai rapitori attraverso una dosata sequenza di recapiti pubblici e privati, furono parte integrante della propaganda armata dei brigatisti e svolsero un ruolo decisivo nella raffinata azione che portarono in essere. Basti pensare che delle novantasette missive, il numero che noi oggi conosciamo, solo otto furono rese pubbliche nel corso del sequestro e solo cinque, una lettera ciascuno a Francesco Cossiga e a Paolo Emilio Taviani, e tre lettere a Benigno Zaccagnini, segretario della DC, vennero diffuse per esplicita volontà delle Brigate Rosse che le allegarono ai loro comunicati o le affidarono a delle agenzie di stampa, con l’obiettivo di ottenere la massima risonanza possibile. Per oltre un mese i brigatisti decisero di delegare a Moro la responsabilità della trattativa riguardante lo scambio di prigionieri, attraverso le lettere che Moro scriveva. In questo modo i sequestratori si riservarono la possibilità di utilizzare a proprio piacimento le parole del prigioniero, muovendosi in due diverse direzioni: anzitutto utilizzando le dichiarazioni di Moro per colpire il fronte governativo, il fronte della fermezza, al fine di disarticolarlo, e poi per creare diffidenza e sospetto tra la famiglia e il sistema politico, sfruttando la naturale predisposizione dei familiari a battersi incondizionatamente per la salvezza dell’ostaggio. Inoltre, per fiaccare la psicologia del detenuto, i rapitori gli fanno credere che sia stato abbandonato dalla famiglia che si rifiuta di pagare, e che l’amatissima figlia stia facendo resistenza. Potrebbe sembrare che l’operazione mediatica dei brigatisti abbia avuto successo. In effetti, accadde quanto avevano previsto e si crearono le condizioni politiche affinché si aprisse un dibattito tra i fautori della fermezza e i sostenitori della trattativa, dibattito che occupò per intero le pagine dei giornali, assieme alla questione sull’autenticità delle lettere di Moro. Quanti erano per la “fermezza” ritenevano che le missive fossero completamente estorte dai sequestratori. Quanti erano per la “trattativa” pensavano invece che esprimessero, pur nelle gravi condizioni di reclusione, l’autentico pensiero di Moro. Nella realtà i due schieramenti furono più mobili e problematici di quanto allora si credette o si volle far credere. A confondere il quadro concorse la presenza, tra i due fronti, anche di quanti disprezzavano Moro al punto da guardare con indifferenza ad una sua eventuale scomparsa. A questo proposito possiamo ricordare che il commento del cardinale Siri, quando venne a conoscenza del rapimento di Aldo Moro, fu: “Ha avuto quel che si meritava”. Tra i sostenitori della “fermezza” si nascosero quanti si limitarono a interpretare questa posizione come lo stare fermi, in attesa passiva degli eventi, avendo compreso che così facendo si sarebbero liberati di una presenza ormai diventata troppo ingombrante e fastidiosa. Moro stesso ne era consapevole, tanto da ribadirlo più volte nelle sue lettere.4 Tra i seguaci della “trattativa” si celarono quanti, soffiando sulla necessità di un negoziato palese che portasse allo scambio di prigionieri e a un riconoscimento politico delle Brigate Rosse, offrivano una comoda sponda all’iniziativa brigatista, alimentando un irrigidimento del fronte intransigente che avrebbe portato alla soppressione dell’ostaggio. Il successo dei brigatisti fu parziale, perché trovò nei partiti della maggioranza governativa un argine più saldo di quanto avesse previsto all’inizio dell’operazione. Prova ne sia che non vi fu nessun segretario politico di partito che si espresse pubblicamente a favore dello scambio di prigionieri. Un baratto che fu ufficialmente richiesto dalle BR solo a partire dal 20 aprile 1978, trentaquattro giorni dopo l’inizio del sequestro. Nessuno mai si dichiarò disposto a tollerare tale scambio, socialisti compresi, i quali solo dal 21 aprile si mostrarono più possibilisti sull’eventualità di instaurare un dialogo con la controparte, anche a livello pubblico. In realtà la vera partita, sin dall’inizio di aprile, si stava giovando attraverso una trattativa che era destinata e doveva rimanere segreta. Una posizione pubblica, in un campo come nell’altro, non escludeva lo sviluppo di una trattativa riservata, anzi, ne era la condizione necessaria a livello propagandistico. La posizione pubblica della fermezza serviva proprio a copertura per avviare una trattativa segreta. La tragica conclusione del sequestro Moro ha reso inutile, se non controproducente, svelare le modalità e i contenuti di questo negoziato riservato, costituito da alcune condizioni praticabili che, tuttavia, risultano indicibili. Ciò ha contribuito ad alimentare un’area di opacità e di reciproco ricatto, che ha condizionato tutti i soggetti coinvolti in questa trattativa segreta. I protagonisti della trattativa segreta non li troviamo solamente tra i membri dell’asse governativo ma rientrano anche nell’ambito del Vaticano. La Santa Sede, infatti, con l’aiuto di alcuni industriali e petrolieri, raccolse una cospicua somma di denaro, oscillante tra i cinque e i dieci miliardi di lire. Tuttavia, come risulta evidente dallo svolgimento della vicenda, le BR non si mostrarono mai interessate a una simile proposta. A tale riguardo si può ricordare che lo stesso nucleo dirigente brigatista, tre anni più tardi nel 1981, in occasione del sequestro Cirillo, non ebbe nessuna difficoltà ad accettare un’ingente somma di denaro in cambio della liberazione dell’ostaggio. Gli utilizzi che un’organizzazione dedita alla lotta armata può fare dei soldi di un riscatto sono molteplici: può acquistare armi, covi, documenti falsi, comprare gli uomini e finanziare la vita dei propri militanti clandestini. Naturalmente, nello svolgere una trattativa riservata, non è necessario pubblicizzare l’aver ricevuto denaro in cambio della liberazione del rapito. Chi detiene l’ostaggio possiede la forza di imporre condizioni di segretezza proprio su questo punto. I soldi vengono “messi a pizzo” e non sono pubblicizzati perché potrebbero intaccare, a livello propagandistico, la purezza dell’azione brigatista. Il Presidente del Consiglio Andreotti, consultata la maggioranza, il PC compreso, all’inizio di aprile diede l’assenso al pagamento di un riscatto in denaro. Almeno formalmente diede questo assenso. Bisogna considerare che una tale operazione pone serie difficoltà. In primo luogo è necessario essere sicuri che il denaro vada nelle mani giuste, quelle che effettivamente detengono l’ostaggio. Si deve mettere in conto, inoltre, una crescita esponenziale della potenza d’urto militare dei propri avversari ed il ripetersi di rapimenti a scopo estorsivo. Proprio per questo motivo i pagamenti in denaro, in un teatro di conflitto politico, sono destinati a non essere pubblicizzati. Il professor Gotor ci spiega come le BR dal 1976 al 1982 vissero con un miliardo di lire, proveniente dal rapimento dell’ingegnere navale Pietro Costa, membro della nota famiglia di armatori genovesi. In secondo luogo è probabile che il negoziato segreto abbia anche riguardato il mancato arresto di un brigatista, Alessio Casimirri, di cui sarebbe stata favorita la fuga all’estero. Il condizionale è d’obbligo, dato che su questo aspetto non vi è certezza. Tuttavia in una lettera alla Democrazia Cristiana, recapitata riservatamente dai brigatisti e divulgata soltanto per volontà dei collaboratori di Moro che la ricevettero, Moro scrive: “Da che cosa si può dedurre che lo Stato va in rovina, se, una volta tanto, un innocente sopravvive e, a compenso, altra persona va, invece che in prigione, in esilio?”5 . Una frase in apparenza assurda, considerando che fino a quel momento si era parlato di liberare prigionieri già in carcere e non di evitare che un brigatista libero, anziché essere catturato, fosse lasciato fuggire all’estero. Sta di fatto, però, che Alessio Casimirri, nome di battaglia “Camillo”, era presente nel commando di via Fani che sequestrò Aldo Moro, assieme alla moglie Rita Algranati. Egli dichiarò di essere stato fermato dai carabinieri all’indomani del sequestro Moro e poi rilasciato. Quindi fu congedato dall’organizzazione. Casimirri, che oggi ha 64 anni, è figlio di un alto funzionario laico della Santa Sede, Luciano Casimirri, il quale fu capo ufficio stampa dell’Osservatore Romano e responsabile della sala stampa vaticana durante il pontificato di Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI. Un tassello mancante, come già detto latitante in Nicaragua, anch’esso carico di intersezioni, complicanze e cose non dette, e che molto probabilmente mai si diranno, che permetterebbe di aprire ulteriori porte su quello ch’egli e i suoi complici avevano denominato in codice “Operazione Fritz”.

La vicenda Moro, come abbiamo avuto modo di capire, fu un sequestro di persona e un sequestro politico con fini informativi e spionistici che si concluse in modo tragico, forse già predeterminato: la morte dell’ostaggio e la scomparsa degli originali dei suoi scritti. Aldo Moro nel corso della prigionia scrisse 97 lettere e un memoriale di 229 fogli, che costituiscono le risposte che Moro diede ai sequestratori, a fronte dell’interrogatorio che ricevette, ma anche una sorta di bilancio politico, civile e morale della sua esperienza umana nei trent’anni precedenti, dal 1948 al 1978. Queste carte in originale non sono state ancora ritrovate. Pertanto quest’incognita informativo-spionistica noi la conosciamo solo in parte e questa parte, le lettere e il memoriale, non è autografa ma è soltanto una riproduzione. E della rimanente parte dell’incognita non conosciamo ciò che di vivo sul piano informativo possa essere entrato dall’esterno all’interno della prigione e che abbia costretto il governo italiano a compiere un atto molto duro sul piano della propaganda. Per annullare il ricatto delle Brigate Rosse dire e sostenere che Moro, in prigione, non solo non sapesse nulla ma che le sue lettere fossero estorte, e addirittura che fosse uscito di senno. Questo sminuire l’importanza dell’ostaggio fu un espediente necessario, da parte del governo, per annullare il più possibile le ipotetiche rivelazioni che potessero essere entrate e che avessero irrobustito quell’incognita. Gli scritti di Moro, ad eccezione delle lettere recapitate, sono usciti dal carcere del popolo sempre in fotocopia e sono stati ritrovati in due momenti diversi. Il primo ritrovamento avvenne il 1° ottobre 1978, per opera del Reparto speciale antiterrorismo dei Carabinieri diretto dal Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, cinque mesi dopo la morte di Moro. Le carte furono ritrovate in versione dattiloscritta nel covo di via Monte Nevoso 8 a Milano. Il secondo ritrovamento nel 1990, dodici anni dopo, nello stesso covo di via Monte Nevoso, dietro a una parete di cartongesso, scoperte per caso da un operaio durante dei lavori di ristrutturazione. I fogli furono trovati, in questo caso, in fotocopia di manoscritto, una versione che attesta in maniera certa l’autografia di Moro. Da ciò consegue che i soli scritti originali di cui siamo venuti a conoscenza sono quelli delle lettere fatte recapitare dai brigatisti durante i 55 giorni di prigionia. Moro ha certamente scritto molto di suo pugno, lettere, testamenti, biglietti e le parole che andarono a costituire il cosiddetto “Memoriale”, e i contenuti di questi scritti unitamente alla strategia del loro recapito furono parte integrante della “propaganda armata” brigatista. Tuttavia questi fogli in originale non sono mai stai ritrovati, sono scomparsi. Le lettere pubblicate dalla stampa per volere dei brigatisti furono funzionali a dare forma all’immagine di Moro prigioniero presso l’opinione pubblica, mentre le considerazioni dei politici, le parole dei familiari, le attività delle forze dell’ordine furono condizionate anche dalle missive che essi ricevettero e che scelsero di tenere riservate. Il valore esplicativo di questi scritti è dato dall’insieme degli elementi nella loro unità, e non nella loro singola specificità, e questo insieme può permettere di procedere nella comprensione della vicenda. Testi e contesti devono proseguire all’unisono. Questo è un accadimento storico sul quale si può cercare di far luce solo prendendo in considerazione l’assieme delle tante voci differenti e discordi che l’hanno sempre accompagnato.

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