L’8 marzo e l’incendio di Triangle, per non dimenticare Needfile Team 08/03/2024

L’8 marzo e l’incendio di Triangle, per non dimenticare

Oggi 8 marzo, giornata dedicata della donna, vengono ideati un po’ ovunque eventi o proposte commerciali più o meno mondane con serate a tema, iniziative culturali e proposte commerciali utili ad aumentare gli introiti. La festa della donna è molto più di questo:

trae la propria origine da un fatto decisamente più importante e significativo per la forza della sua drammaticità.

Il più grave incidente industriale della storia di New York fu l’incendio della fabbrica Triangle avvenuto il 25 marzo 1911. Causò la morte di 123 donne, per la maggior parte giovani immigrate italiane ed ebree. L’evento ebbe un forte eco sociale e politico con risvolti importanti e nuove leggi sulla sicurezza nel posto di lavoro. Crebbero notevolmente le adesioni alla International Ladies’ Garment Workers’ Union, oggi uno dei più importanti sindacati degli Stati Uniti.

L’incendio di New York è l’evento per cui si ricorda la Giornata internazionale della donna; la connotazione politica conferita a questa giornata, l’isolamento politico della Russia e del movimento comunista e, infine, le vicende della Seconda Guerra Mondiale, contribuirono alla perdita della memoria storica delle origini della manifestazione.

La Triangle Shirtwaist Company produceva le camicette alla moda di quel tempo, le shirtwaist. Di proprietà di Max Blanck e Isaac Harris, occupava i 3 piani più alti del palazzo a 10 piani Asch building a New York City. La compagnia dava lavoro a circa 500 lavoratori, la maggior parte giovani donne immigrate dalla Germania, dall’Italia e dall’Europa dell’est alcune delle quali minorenni (12 o 13 anni) per turni di 14 ore fino a 72 ore settimanali complessive. Il salario medio per le lavoratrici andava dai 6 ai 7 dollari la settimana.

La Triangle Shirtwaist Company era diventata già famosa fuori dall’industria tessile prima del 1911: il massiccio sciopero delle operaie tessili iniziato il 22 novembre 1908, conosciuto come protesta delle 20.000, iniziò come un movimento spontaneo presso la Triangle Company. La International Ladies’ Garment Workers’ Union provò dopo 4 mesi di sciopero a negoziare un contratto collettivo che avrebbe coperto quasi tutti i lavoratori, ma la Triangle Shirtwaist rifiutò di firmare l’accordo. Le condizioni della fabbrica erano quelle tipiche del tempo; immagazzinati tessuti infiammabili, insieme a scarti di tessuto sparsi per il pavimento, gli uomini che lavoravano come tagliatori a volte fumavano, l’illuminazione era fornita da luci a gas aperte e c’erano pochi secchi d’acqua per spegnere gli incendi.

Il pomeriggio del 25 marzo 1911, un incendio che iniziò all’ottavo piano della Shirtwaist Company, uccise 146 persone, di cui 123 donne principalmente italiane ed ebree. Poiché la fabbrica occupava gli ultimi tre piani di un palazzo di dieci piani, 62 delle vittime morirono nel tentativo disperato di salvarsi lanciandosi dalle finestre dello stabile non essendoci altra via d’uscita.

I proprietari della fabbrica, che al momento dell’incendio si trovavano al decimo piano e che tenevano chiusi a chiave gli operai per paura che rubassero o facessero troppe pause, si misero in salvo e lasciarono morire le donne e gli uomini rimasti intrappolati. Il processo che seguì li assolse e l’assicurazione pagò loro 60.000 dollari per i danni subiti (corrispondenti a circa 400 dollari, il “prezzo” assegnato a chi in quell’incendio perse la vita). Alle famiglie fu dato un risarcimento di 75 dollari. Non abbiamo la certezza che l’incendio della “Triangle” sia all’origine dell’8 marzo; tuttavia

non esiste episodio più significativo in grado di cogliere da vicino la condizione della donna nella società industriale

all’epoca del fatto: sfruttata per pochi soldi, priva di diritti, tra cui anche il diritto di voto, circondata dal pregiudizio di una presunta inferiorità morale ed intellettiva rispetto all’uomo, libera solo di scegliere se morire di parto, in una fabbrica di camicie o uccisa dalla polizia nella repressione dei frequenti scioperi dell’epoca. Seppur si sia trasformata in una festa consumistica dove alle serate nei locali con tanto di esibizione di giovani corpi palestrati o regali a base di mimose usa e getta, preferiamo parlare dell’8 marzo come

la giornata da dedicare a tutte quelle donne che affrontano ogni giorno e con dignità le loro battaglie

mettendoci passione, determinazione e fiducia al fianco di chi amano, e fedeli ai loro ideali. Una giornata dedicata sì alla memoria della donna, ma senza dimenticarci che accanto a loro sono morti uomini e che meritano di essere ricordati. Una piaga sociale che ancora oggi colpisce indistintamente vittime di infortuni, malattia e morte in luoghi non sufficientemente sicuri.

Un pensiero speciale lo dedichiamo ad imprenditrici e dipendenti che continuano a rendere grande il made in Italy, nel nostro Paese e in tutto il mondo, ringraziandoli anche per il loro sacrificio.

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