“Ora che ho visto cos’è guerra, cos’è guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: – E dei caduti, che facciamo? Perché sono morti? – Io non saprei cosa rispondere. Non adesso, almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero”.
Cesare Pavese, La casa in collina
È difficile, oggi, parlare della memoria dei caduti dopo la seconda guerra mondiale senza prendere in considerazione anche il culto della morte in guerra sviluppatosi dopo la Grande Guerra. Quindi, viste le evidenti connessioni che legano la prima alla seconda guerra mondiale, vorrei proporre un confronto fra i due modi di affrontare il lutto. La seconda guerra mondiale non si concluse con «vittorie mutilate» o «pugnalate alla schiena», ma con l’annientamento totale degli sconfitti, in particolare della Germania. La guerra non terminò con diplomatiche conferenze di pace, ma con le rese incondizionate di Germania e Giappone e soprattutto – elemento assente nel conflitto ‘14-‘18 –, con l’occupazione militare da parte dei vincitori a danno delle nazioni sconfitte. Gli anni successivi al 1945 non videro il sorgere, almeno in Europa occidentale, di nazionalismi in cerca di martiri, quanto piuttosto una loro relativa quiescenza. A dominare era un desiderio di pace. E nessun monumento rappresentante soldati fieri e bellicosi poteva essere in sintonia con questo stato d’animo. Per sancire la fine di una guerra che era costata oltre 50 milioni di morti, si scelsero soprattutto due strade. La prima e più diffusa vide un recupero dei monumenti del primo dopoguerra, i quali, dopo essere stati epurati dai simboli dei passati regimi, vennero riconsacrati «alle vittime di tutte le guerre». La distruzione di monumenti, e la loro successiva ricostruzione sotto altre forme, è una caratteristica che accompagna la maggior parte delle prese e delle cadute violente del potere. In anni recenti, ad esempio, abbiamo assistito a questo fenomeno in Iraq, con l’abbattimento dei colossi bronzei raffiguranti Saddam Hussein nelle vesti di «grande dittatore». Nel 1945, la stessa epurazione monumentale coinvolse i monumenti nazi-fascisti, dai quali per prima cosa vennero erasi i simboli politici del fascio littorio e della croce uncinata. La seconda via fu quella di costruire monumenti ex novo, il cui tema dominante era il dolore, senza eroismi o glorificazioni postume. Secondo lo storico George Mosse, “questi nuovi monumenti dovevano essere altrettanti promemoria delle conseguenze devastanti della guerra, piuttosto che della sua gloria”. Con la fine della seconda guerra mondiale era avvenuto un cambiamento macroscopico: si era passati dal considerare i caduti come eroi al considerarli come vittime. Se la fine della seconda guerra mondiale produsse un nuovo habitus mentale fondato su un diffuso pacifismo, è quasi inevitabile pensare che la prima guerra mondiale diede vita a quella visione antropologica basata sulla violenza e la brutalizzazione dell’uomo che tanta parte avrebbe avuto nel far precipitare il mondo nel secondo conflitto mondiale. L’eccezione rispetto a quanto detto in generale sul secondo dopoguerra è rappresentata dall’Unione Sovietica. Uscita a testa bassa dalla prima guerra mondiale con la pace di Brest-Litovsk (3 marzo 1918), la Russia visse la seconda con uno spirito simile a quello con cui il resto del continente aveva affrontato la Grande Guerra. Sintomatico è il fatto che ancora oggi la memoria russa ricordi il conflitto ‘39-‘45 come la grande guerra patriottica, e che il giorno della sua conclusione (9 maggio) sia celebrato in Europa orientale come la Giornata della Vittoria. Di conseguenza, la monumentalizzazione sovietica della morte in guerra ha molto in comune con quella italiana e tedesca degli anni Venti: si pensi ai colossali memoriali eretti nei luoghi simbolo del conflitto, come la statua della «Madre Russia», che con i suoi 85 metri di altezza domina da una collina la città di Volgograd (allora Stalingrado) Parallelamente alle nuove tendenze pacifiste che presero piede nel secondo dopoguerra, si affermò sempre più la visione della prima guerra mondiale come un’«inutile strage», evento assurdo dominato dal non senso. Dopo più di vent’anni di «mito della Grande Guerra» imperante, seguì dapprima un affievolirsi della memoria di guerra, per poi essere ripresa nella seconda metà del Novecento con lo sdegno di una condanna senza appello per i conflitti in quanto tali, a prescindere dalle loro motivazioni contingenti. Passando ora a descrivere più nel dettaglio il caso italiano, potremmo dire che esso appare fin da subito dominato da una grande domanda: “e dei morti che ne facciamo?”.

Il fascismo che la propria vulgata voleva essere nato dal sangue di una guerra mondiale, nel sangue di un’altra trovò la sua fine.Altre centinaia di migliaia di morti si unirono a quelli di vent’anni prima, cui a loro volta andavano sommati quanti avevano perso la vita nelle «guerre del Duce» degli anni Trenta. La presenza dei caduti in questa nuova guerra appare per più aspetti persino più ingombrante di quanto lo fosse stata nel primo dopoguerra. Innanzitutto perché se dal punto di vista italiano la prima guerra mondiale può essere vista come un conflitto unitario che si protrasse dal 1915 al 1918, lo stesso non può dirsi del secondo conflitto mondiale. In questo caso la guerra si divise in due fasi profondamente diverse. Brevemente, ad una prima fase, durata indicativamente tra il 10 giugno 1940 e l’8 settembre 1943, e caratterizzata da «classiche» operazioni di aggressione verso nemici esterni, ne sarebbe seguita una seconda, compresa tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945, e che vide l’Italia spezzata in due macroregioni sottoposte contemporaneamente a tre conflitti diversi. Il Meridione, sotto controllo alleato, era guidato dal governo Badoglio supportato dagli Alleati e combatteva contro le potenze dell’Asse; il centro-nord del paese era invece retto dal governo fantoccio di Salò sostenuto dall’occupazione tedesca. All’interno della Repubblica sociale italiana (Rsi) inoltre si stavano combattendo due guerre: da una parte i nazifascisti combattevano contro gli Alleati; dall’altra i partigiani del Comitato di liberazione nazionale per l’Alta Italia (CLNAI) inneggiarono una guerra civile contro gli italiani che servivano la Rsi (i cosiddetti «repubblichini») e una guerra di liberazione contro l’occupante nazista. Restringendo la nostra attenzione a quest’ultima guerra civile che contrappose partigiani e repubblichini, i caduti di entrambi gli schieramenti furono il fardello più difficile da gestire per la «nuova» Italia. Ma, prima ancora di arrivare al 25 aprile, i caduti italiani rivestirono una notevole importanza già durante il conflitto. Infatti, tra le altre cose, la guerra civile passò anche attraverso i metodi con cui vennero trattati i corpi dei nemici uccisi.
I fascisti di Salò utilizzarono a più riprese i corpi dei partigiani caduti per esporli nelle pubbliche piazze come grottesco monito contro i loro compagni. Il corpo del nemico veniva fatto oggetto di tortura da vivo e deturpato da morto. I corpi di fascisti e tedeschi avrebbero incontrato una sorte simile; per «fare i conti» con i fascisti, spesso i partigiani furono guidati nelle loro azioni dal modello del contrappasso. Per limitarci al caso più celebre, l’impiccagione a testa in giù di Mussolini al distributore di benzina di Piazzale Loreto, ricordiamo che né il luogo né la scenografia furono casuali. Pizzale Loreto era stato teatro, il 10 agosto 1944, dell’uccisione per rappresaglia di quindici partigiani, i cui cadaveri vennero esposti per giorni come monito alla città. Come ha lucidamente scritto lo storico Ernst Kantorowicz, “il disincanto verso il mondo è progredito rapidamente, e gli antichi valori etici, miserabilmente abusati e sfruttati in ogni maniera, stanno per dissolversi come fumo. La fredda efficienza durante e dopo la seconda guerra mondiale, insieme con il timore degli individui di essere intrappolati in «illusioni» invece di coltivare «visioni realistiche», ha spazzato via le tradizionali «sovrastrutture», religiose e ideologiche, facendo sì che le vite umane non siano più sacrificate ma «liquidate». Pretendiamo la morte di un soldato senza offrire in cambio alcuna riconciliazione emotiva per la vita perduta. Se la morte di un soldato in azione – per non parlare della morte degli abitanti delle città bombardate – è privata di qualsiasi idea di humanitas, che sia Dio o re o patria, sarà privata anche del nobile ideale del sacrificio di sé. Si riduce a un massacro a sangue freddo o, anche peggio, assume lo stesso valore e significato di un incidente nel traffico di un giorno festivo”. Tra le peculiarità più drammatiche delle guerre civili possiamo ricordare il fatto che i morti, pur appartenendo alla medesima nazione, non sono tutti uguali.
Le narrazioni postbelliche legittimarono la morte in nome della libertà dal nazi-fascismo, condannando quanti scelsero la parte dei repubblichini. Emerse quindi un evidente conflitto di memoria tra superstiti e parenti delle vittime appartenute ai diversi schieramenti. Il messaggio pacifista di cui parlavamo all’inizio costituì un ottimo strumento per sanare, almeno a livello pubblico, questa opposizione: la condanna di qualunque guerra, a prescindere dalla causa che la guidasse, permise infatti di non soffermarsi sulle motivazioni e soprattutto sugli operati di partigiani e repubblichini, criticando la guerra in quanto tale e censurando faglie e fratture sotto l’effige – che tanta fortuna ebbe nei monumenti del secondo dopoguerra – «ai caduti di tutte le guerre». In estrema sintesi, possiamo brevemente accennare che una riscoperta di memorie subculturali o comunque diverse da quella ufficiale sarebbe avvenuta da parte della storiografia a partire grosso modo dalla fine della guerra fredda. Gli anni Novanta portarono infatti una nuova curiosità ad approfondire conflitti ideologici, spesso di natura locale o persino familiare, che fino a quel momento erano stati messi in ombra dal macro-conflitto ideologico fra comunismo e liberismo.