Negli ultimi anni il dibattito sulla mobilità sostenibile si è concentrato quasi esclusivamente sulla trazione elettrica, presentata come unica via percorribile per ridurre l’impatto ambientale del trasporto stradale. Eppure, al di là della narrazione ufficiale, esistono aspetti tecnici e di sicurezza che difficilmente emergono nel discorso pubblico.
Chi lavora nel settore conosce bene i rischi connessi all’adozione massiva delle auto elettriche a batteria, rischi che si estendono ben oltre gli automobilisti ma integra tutta la “popolazione stradale”, inclusi pedoni e soccorritori.
La propulsione elettrica non è un’invenzione recente: nel settore navale i sottomarini utilizzano da decenni sistemi ibridi Diesel–Elettrico. Tuttavia, anche in questi casi, l’elettricità è sempre integrata con fonti di energia tradizionali, mentre nel settore aeronautico le sperimentazioni esistono, ma i limiti di peso e autonomia rendono impossibile l’impiego delle batterie sui voli commerciali. Solo i droni, con missioni brevi e senza passeggeri, possono beneficiare di propulsione elettrica.
Questo dimostra che la batteria ad alta tensione non è la soluzione universale. Per gli aerei commerciali si punta a carburanti alternativi (biocarburanti e metano) mentre in campo automobilistico si potrebbero adottare architetture “turboelectric” con microturbine a metano collegate a generatori elettrici: tecnologia nota da decenni, ma rimasta ai margini.
Il vero nodo: la batteria
Il cuore del problema è la batteria ad alta tensione, che in ambito automobilistico significa circa 400 Volt DC e fino a 125 Ampère. Valori che superano di gran lunga i limiti di sicurezza umana. Addirittura per cercare modalità di ricarica sempre più rapide nelle soluzioni più moderne si pensa a batterie da 800 Volt.
Una batteria danneggiata in un incidente può trasformare la carrozzeria stessa in un conduttore mortale, senza segnali premonitori come odori o fuoriuscite di liquidi.
Chi corre il rischio maggiore? I primi soccorritori, che spesso non dispongono di strumenti o formazione adeguata per riconoscere e neutralizzare la minaccia. Tagliare i cavi principali non isola i moduli interni, che possono restare attivi e letali.
Le istituzioni non hanno ancora prodotto regolamentazioni specifiche per la sicurezza degli interventi su veicoli elettrici incidentati. Ci si limita a prescrizioni derivate dal settore edilizio o ferroviario, del tutto inadeguate per il contesto attuale dei trasporti civili. In Germania, almeno, la responsabilità ricade formalmente sul datore di lavoro che autorizza ogni intervento; in Italia, invece, basta una qualifica rilasciata una tantum, senza aggiornamenti periodici o verifiche sanitarie.

Alternative concrete: il metano
Mentre le auto elettriche assorbono incentivi e attenzione mediatica, tecnologie più mature e sicure vengono ignorate. Il metano, ad esempio, garantisce emissioni ridottissime di CO₂ e può essere prodotto da rifiuti organici disponendo già oggi di una rete di distribuzione in crescita costante. Grandi player come IVECO (nei TIR a LNG e CNG) hanno investito in questa direzione, a dimostrazione che si tratta di una tecnologia affidabile anche per chi percorre milioni di chilometri all’anno.
Il paradosso è che proprio chi fu travolto dal “Dieselgate”, noto anche come scandalo sulle emissioni o Emissiongate, è stato un episodio di cronaca che ha riguardato la scoperta delle false emissioni di automobili diesel vendute in Europa e Stati Uniti, proprio loro oggi producono più auto a metano che elettriche: un indizio del fatto che forse il vero “Elettrogate” deve ancora scoppiare.
Un futuro meno ideologico
La mobilità elettrica presenta vantaggi innegabili, soprattutto in termini di emissioni locali. Tuttavia, i rischi di folgorazione e incendio delle batterie, l’assenza di normative specifiche e l’impatto infrastrutturale ed economico della ricarica domestica e pubblica non possono essere taciuti.
Al contrario, soluzioni come il metano – già sperimentate, sicure e con infrastrutture in espansione – meritano maggiore attenzione. La domanda da porsi non è se l’auto elettrica sia il futuro inevitabile, ma se la scelta di abbandonarsi a un’unica tecnologia non ci stia conducendo in un pericoloso “imbuto tecnologico”.
