Il simbolo della B capovolta del cancello di Auschwitz Sara Cifarelli 20/07/2022

Il simbolo della B capovolta del cancello di Auschwitz

La storia del cancello di Auschwitz con la famosa scritta “Arbeit Macht Frei” e la piccola rivolta del fabbro, che probabilmente invertì per sdegno la lettera B.

“Le tre parole della derisione sulla porta della schiavitù”, Primo Levi nel libro La tregua sottolinea la menzogna dei campi di concentramento poiché ogni messaggio di speranza pronunciato dai tedeschi era in verità un messaggio di morte. Varcato quel cancello non si aveva nessuna speranza di sopravvivere e non esisteva regola che potesse garantire la salvezza. Il fine ultimo era lo sterminio.

Da dove nasce quel titolo? “Arbeit Macht Frei” – “Il lavoro rende liberi” – si ipotizza sia stato tratto dal romanzo tedesco di Lorenz Diefenbach (1873) o l’estratto del Vangelo di San Giovanni. A ogni modo un messaggio ben lontano dalle verità di quel luogo.

L’insegna venne forgiata nel ’33 nel campo di Dachau con un primo disegno – diverso dall’ufficiale – per poi essere installata alle porte del campo di Auschwitz nel ’40 per volontà del primo comandante Rudolf Hoss, sottoforma di una nuova veste alta e orizzontale in metallo. Progettata dall’ufficiale tedesco Kurt Muller fu poi forgiata dal prigioniero polacco Jan Liwacz. Dissidente politico, proprietario di una piccola e umile bottega di Varsavia, venne ingiustamente catturato nel ’43 durante la repressione della rivolta del ghetto.

Il suo lavoro di esperto fabbro gli garantì la sopravvivenza, apprezzato come fabbro lavorò al servizio dei tedeschi presso il campo di Auschwitz fino alla fine della guerra. Forgiò inferriate, sbarre, lampioni finché gli giunse l’ordine di modellare l’insegna in ferro battuto. Nella composizione della parola “Arbeit”, Liwacz fece una scelta coraggiosa capovolgendo la lettera B in modo che il cerchio piccolo risultasse in basso: una rivolta personale nella rivendicazione del diritto umano alla vita e al vero significato del lavoro. Un simbolo di libertà supportato solo dalle armi pacifiche che compongono la scrittura: le parole. Un urlo silenzioso impresso per sempre su quel cancello e mai intuito dal nemico.

Al termine della guerra il fabbro richiese la restituzione dell’opera ma invano. La targa era già stata sequestrata da un soldato sovietico dell’Armata Rossa e trasportata verso est. Venne poi barattata per una bottiglia di Vodka da un ex prigioniero che, consapevole del suo valore storico, la nascose per anni per poi donarla al Museo di Auschwitz, il suo luogo di appartenenza.

La mattina del 18 dicembre 2009 dei ladri svitarono e rubarono la scritta spezzandola in 3 parti ognuna delle quali conteneva le 3 parole riuscendo così a trasportarla. Furono arrestati nell’arco di pochi giorni e condannati da 3 ai 6 mesi di reclusione.

A seguito la scritta è stata restaurata e posta al sicuro nel museo di Auschwitz, ancora presente. Una copia perfettamente identica è stata riposizionata nel suo punto originale e altre sono visibili in musei del mondo come all’Holocaust Memorial Museum di Washington o la riproduzione della B capovolta nei pressi del parlamento europeo di Bruxelles.

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