L’1 maggio festa nazionale: storia e significato Sara Cifarelli 22/06/2022

L’1 maggio festa nazionale: storia e significato

Era il 1947 quando l’Art. 1 della Costituzione venne sancito in tale forma, tre le forme embrionali che precedettero la definitiva e tra queste la proposta di Aldo Moro di inserire una clausola al lavoro, l’intervento di Togliatti e la definitiva formula di Fanfani, sostenuti dal Partito Comunista Italiano e dal Partito Socialista Italiano; un episodio, questo, che nella sua etica meriterebbe un posto nella storia: il ricordo di una revisione dell’identità della nascente Repubblica che non vede contrapposizioni politiche nell’unanimità.

La festa dei lavoratori rappresenta la lotta operaia delle fabbriche durante la Rivoluzione industriale degli Stati Uniti d’America gestita dai Knights of Labor e che portò all’approvazione della prima legge a favore delle otto ore lavorative giornaliere a Chicago il 1 maggio 1886, giorno porta voce di una manifestazione con presenti almeno diecimila persone per giungere alle porte dell’Europa ai primi di settembre con la Prima Internazionale di Ginevra, il più grande congresso internazionale voluto dall’Associazione Internazionale dei lavoratori, simile ai primi movimenti socialisti e marxisti-comunisti del periodo.

Il 1° maggio 1886 fu decisa come scadenza limite per estendere la legge in America, in occasione del 19° anniversario dell’entrata in vigore della legge dell’Illinois sulle otto ore lavorative, fu deciso dalla Federation of Organized Trades and Labour Unions, pena l’astensione dal lavoro, con uno sciopero generale. In quell’occasione Chicago partecipò, manifestazione ricordata per lo sciopero delle mietitrici McCormick sfociata nel sangue con l’intervento della polizia che sparò sui manifestanti. In protesta a tale brutalità, seguirono rivolte popolari che portarono al 4 maggio a Haymarket Square, la piazza in cui venivano normalmente esposte le macchine agricole, giornata in cui fu lanciata una bomba che provocò la morte di sei poliziotti, ferendone altri cinquanta. A quel punto la polizia sparò sui presenti. Nessuno ha mai saputo né il numero delle vittime né chi sia stato a lanciare la bomba. Fu il primo attentato alla dinamite nella storia degli Stati Uniti. In solidarietà alle vittime di Chicago, i livornesi insorsero contro le navi americane ancorate al porto e poi contro la Questura, accusata di aver offerto rifugio al console degli Stati Uniti.

Solo nel 1923 l’orario massimo di lavoro venne stabilito col Regio Decreto 692 nel 1923 convertito in legge 473 nel 1925 ufficializzando il limite di 8 ore giornaliere e 48 ore settimanali. Nel periodo fascista la festività venne considerata per la prima volta giorno festivo e anticipata al 21 aprile per essere poi confermata al 1°maggio dopo la fine del conflitto mondiale nel 1945. L’1 maggio 1955 papa Pio XII istituì la festa di San Giuseppe lavoratore perché l’occasione potesse essere condivisa a pieno titolo anche dai lavoratori cattolici.

Come avvenne il passaggio dalle 48 alle 40 ore settimanali? Grazie ai rinnovi contrattuali del ’62-’63 che segnarono il punto di ripresa delle lotte popolari del “miracolo economico” si arrivò a una importante riduzione dell’orario di lavoro raggiungendo un orario medio di 44 ore che coinvolse il movimento operaio quanto la CGIL. Venne vista nella “giornata corta” piuttosto che la “settimana corta” la soluzione al problema con l’obbiettivo di ridurre la fatica nella difesa della salute attraverso la creazione di una nuova pratica contrattuale tenendo conto delle esigenze legate al massiccio consumismo di quegli anni. La settimana corta venne confermata su una base di 44 ore con sabati alternati. Al di là delle dispute politico-ideologiche sul consumismo, questo tipo di riduzione segnò un mutamento più evidente e visibile nel “tempo di vita” dei lavoratori.

In data 1 dicembre 1966 la CGIL dichiarò:

“Deve considerarsi matura la possibilità di realizzare passi decisivi verso la prospettiva di un orario generale di 40 ore”.

Le 40 ore vennero raggiunte nell’arco di due soli ulteriori rinnovi contrattuali, nei contratti del ’69-’70 con scaglionamenti posticipati fino al ’72-’73. La storia ci insegna come la lotta sull’orario, il controllo delle condizioni di lavoro e la sua organizzazione siano stati da sempre collegati e fondamentali per garantire dignità e qualità della vita. Negli anni Settanta la riduzione dell’orario portò a una maggiore occupazione secondo le analisi degli economisti dell’epoca.

Un lasso di tempo di dieci anni in cui è avvenuto l’importante passaggio che ha segnato una conquista sociale.

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