Osho un mistico contemporaneo Angela Muraro 20/06/2022

Osho un mistico contemporaneo

“Se appartieni all’universo, allora è l’universo a prendersi cura di te. Parlo per esperienza: per trentadue anni sono stato il povero più ricco del mondo. E non possiedo niente, nulla mi appartiene, ma il fenomeno di appartenere all’universo ha creato armonia da una grande contraddizione.”

Osho Rajneesh

Osho Rajneesh era proprio questo un uomo contraddittorio, nato in India nel 1931 acquistò la fama di “pensatore in collisione” girando il Paese in lungo e in largo, tenendo discorsi e dibattiti fortemente provocatori per lo status quo politico e religioso, proprio perché ne obiettava i valori e metteva in evidenza le segrete strategie di dominio e controllo. Cresciuto con i nonni fino all’età di sette anni, sin da bambino si dimostra uno spirito libero, restio a rispettare convenzioni e regole. La morte del nonno e di una cugina, Shashi, lo inducono a isolarsi e a ricercare la felicità in sé stesso: ancora piccolo sviluppa la capacità di costruire racconti improvvisati, soprattutto polizieschi. Crescendo, diventa ateo e marxista. Nel marzo del 1953, a ventuno anni, vive l’esperienza dell’Illuminazione, della caduta di tutti i veli: da quel momento invita tutte le persone a condividere quell’esperienza, dedicando la propria esistenza allo sviluppo di tale consapevolezza. Dopo avere completato presso il D.N. Jail College i suoi studi in Arti e Filosofia nel 1955, inizia a viaggiare per tutta l’India, tenendo convegni che richiamano migliaia di persone. Negli anni Sessanta l’India era un posto ancora più diviso e arretrato di oggi. Il messaggio del leader politico e spirituale Mohandas Karamchand Gandhi, che predicava uguaglianza e sobrietà ed era stato ucciso nel 1948, rimaneva ancora molto vivo. Osho Rajneesh non credeva in nulla di tutto ciò. Sin da quando lavorava come ricercatore di filosofia, in molti si erano interessati ai comizi che teneva in inglese, che in India è una delle lingue ufficiali e soprattutto è comprensibile anche dagli occidentali. I suoi spettatori erano soprattutto giovani borghesi occidentali, affascinati da un orientalismo un po’ grossolano e arrivati in India grazie al passaparola e delusi dalla società che si stava consolidando in Europa o negli Stati Uniti. Rajneesh li faceva sentire dei “pensatori liberi”. Infatti qualche anno più tardi insieme alla sua segretaria di fiducia Sheela Biernstiel fonda negli Stati Uniti una Comune in Oregon, luogo che diventerà una vera e propria cittadina autogestita, criticata e controllata dalle autorità dell’epoca. Nella città di Antilope nella contea di Wasco in Oregon gli abitanti hanno posto una placca commemorativa su cui c’è scritto: “Dedicata a quelli di questa comunità che durante l’invasione e l’occupazione di Rajneesh del 1981-1985 rimasero, resistettero e ricordarono”. Questa placca è il segno di un gravissimo conflitto fra la popolazione, le autorità dell’Oregon e una Setta che per i cinque anni ricordati dalla placca commemorativa, si insediò abusivamente in un Ranch posto fra la contea di Wasco e quella di Jefferson. I fatti narrano che nel 1981 la comune finì per collassare a causa di attività illegali commesse dai suoi esponenti di spicco,6 denunciate pubblicamente dallo stesso Osho. Nel 1986, duramente osteggiato dal governo statunitense, tornò in India dove le sue condizioni di salute subirono un drastico peggioramento, da lui attribuito a un avvelenamento subito nelle carceri americane. Morì a Pune a cinquantotto anni. Nel nostro paese si mobilitano pensatori e artisti della portata di Gaber, Fellini e alcuni esponenti politici per fargli ottenere il visto d’ingresso ma nel 1988 ormai Osho è tornato in India. Le sue condizioni di salute sono pessime. Si ipotizza un avvelenamento da tallio avvenuto nella dubbia notte di prigionia nei luoghi di Oklahoma City. Un avvelenamento che avrebbe innescato un processo degenerativo dei tessuti, a giudicare dalla storia clinica tracciata dal dottor John Wally che si recò a Londra nell’ottobre 1987 con campioni di sangue, due litri di urine e dei peli di barba. Osho abbandona il corpo il 19 gennaio del 1990. Le sue idee ebbero un notevole impatto sul pensiero New Age occidentale (da cui tuttavia egli prese le distanze) e sulla controcultura ereditata dagli anni sessanta. La sua popolarità ha continuato ad aumentare dopo la sua morte. Determinante fu la sua particolare tecnica di meditazione.

La meditazione dinamica di Osho ribalta completamente l’idea comune di meditazione: se la prima immagine che viene in mente è quella di una posizione fissa e silente, come nella meditazione zen, bisogna pensare esattamente all’opposto. Si tratta infatti di una tecnica che sfrutta il movimento e la frenesia per esprimere emozioni forti. Questa meditazione è stata ideata da Osho per consentire all’uomo moderno di imparare a scoprire il silenzio, anche se può sembrare un controsenso considerato il modo in cui viene praticata. Le tecniche di meditazione classiche sono nate nel periodo in cui l’uomo era abituato a vivere a contatto con la natura, a relazionarsi con l’ambiente in maniera diametralmente opposta rispetto a noi. La meditazione dinamica è emersa proprio per consentire anche all’uomo moderno di poter liberare le proprie energie, muovendosi e sfogandole al meglio. La meditazione dinamica si compone di vari stadi. I primi tre devono essere praticati con totalità, in modo che nel corpo non resti alcuna energia statica, così che la mente non avrà alcun alimento per creare pensieri, sogni e immaginazioni. Una volta esaurita l’energia, ci si ritrova dentro di sé. Il quarto stadio è un’osservazione silenziosa, in qui si è testimoni di sé. Nel quinto stadio si celebra e si danza. Questa meditazione andrebbe eseguita al mattino presto, necessariamente a stomaco vuoto:

si incamerano tutte le energie nel respiro; si liberano le energie accumulate ridendo, piangendo, saltando o ballando; ci si ferma per rimanere immobili nel più completo silenzio accedendo ad uno stadio di quiete di cui si ringrazierà sé stessi; si realizza una danza celebrativa finale proponendosi di portare i benefici della meditazione nelle attività del resto della giornata.

Al di là dei grandi eccessi e della storia a dir poco contrastante di quest’uomo, non si può negare che il suo mondo e il suo modo di attirare le menti si leghi molto a ciò che sta accadendo ormai da più di qualche anno in Occidente. La mancanza di certezze, il precariato ormai mentale che ci circonda ci ha portati a cercare in ciò che abbiamo sempre guardato da lontano come un qualcosa che oggi fa parte di noi e della nostra quotidianità. È necessario estraniarsi, allontanarsi, prendere le distanze da se stessi e da chi ci circonda per ritrovarsi per …termine usato e abusato: rilassarsi, centrare lo spirito e la mente. I Centri yoga crescono come funghi, meditare è diventato quasi una necessità per tutti o perlomeno per chi tra i tanti cerca disperatamente un momento per se stesso per trovare quel silenzio interiore che nella vita di tutti i giorni ci viene negato dalle incombenze obbligatorie. Dopo tanto scetticismo la ricerca scientifica conferma: l’uso delle tecniche orientali di meditazione può prevenire e curare molte malattie. Da qualche anno però la meditazione non si occupa più solo di “benessere psicologico” ed è entrata negli ospedali con molte applicazioni: dal controllo del dolore all’immunologia, dalla cura dell’ipertensione al rallentamento del declino cerebrale. Tutto questo ci fa comprendere quanto questa fusione di mondi, di modi di pensare possa convivere se utilizzata consapevolmente ricercando benessere ed equilibrio.

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