Il cambiamento come rivoluzione: passi, bussi o rilanci?

Il cambiamento come rivoluzione: passi, bussi o rilanci?

Suona la sveglia. Non la vuoi sentire, anche se è rumorosa, lì, sul tuo comodino. Apri gli occhi ed è buio, solo qualche raggio di sole filtra dalla piccola fessura lasciata passare dagli scuri non completamente chiusi. Il letto è caldo e ti senti stanco, nonostante ti dici che dovresti essere nuovamente rinvigorito dal ristoro notturno. Suona la sveglia. Ancora. E finalmente la spegni. Ti senti nervoso, perché è un nuovo giorno, una nuova sfida, una nuova probabilità di avere successo o una nuova probabilità di fallire. Ti stropicci gli occhi, sai che ti devi alzare. Devi preparare il caffè e andare a lavorare. La sveglia ha già smesso di suonare. Ci ritroviamo a vivere infelici, stanchi di sopportare una condizione che non decolla. La ci vita appare piatta, una linea costellata di puntini insignificanti, gli studi, la carriera, l’amore. La speranza è sotto i piedi e si vorrebbe una realtà diversa. Ma proprio questa realtà è come un pugno in faccia. Lo prendi, dritto per dritto e ti accasci a terra dolorante. Sei stordito perché non te l’aspettavi o meglio, è l’inganno che ti racconti, perché in realtà sapevi che prima o poi sarebbe successo e che questo per te sarebbe stato un problema, alla luce del fatto che già ora ti trovi in difficoltà e non capisci come uscire da questa condizione di stallo e di malessere.

Quel pugno, che tanto reca dolore e porta sconforto, è l’inizio della Quarta Rivoluzione industriale. È qui, in questo momento, quella fase che un giorno verrà scritta sui manuali di storia, così come noi abbiamo letto e (forse) studiato la prima, la seconda e la terza. Ora dobbiamo viverla, non più spettatori passivi di eventi del passato. Mica facile, perché di una cosa io e voi, noi siamo sicuri: l’innovazione esige un prezzo. Il prezzo non è semplice. Pensate di star giocando ad una partita a poker, siete al tavolo con le fiche davanti a voi.

È il vostro turno per decidere come affrontare questo cambiamento tecnologico e avete tre possibilità:

• passare e lasciar andare ogni possibilità di rimanere sul pezzo. Vedrete scorrere via il vostro lavoro, la vostra reputazione, il vostro stipendio. Il datore di lavoro vi ringrazierà per la vostra competenza e professionalità, ma saranno solo effimere parole di circostanza. La realtà sarà che qualcun altro avrà preso il vostro posto. Qualcuno di migliore, qualcuno che ha deciso di non passare.

• bussare sul tavolo, ovvero attendere e vedere il da farsi, sperando in qualche errore degli altri, in qualche “passo” che potrebbe facilitare la vostra possibilità di vincere. La realtà è che avete avuto paura, perché non volevate fare il passo più lungo della gamba. Avete sorseggiato il vostro drink, giochicchiato con qualche fiches, pensando di aver fatto una mossa strategica. Vi sbagliavate, avete avuto di fronte il treno giusto, ma avete preferito prendere quello successivo. Riuscirete comunque a salvarvi o sarà troppo tardi?

 rilanciare/vedere, puntare la stessa somma degli altri o aumentarla. È la scelta di chi sa che le cose cambieranno drasticamente, di chi ha la consapevolezza che la nostra realtà sia arrivata ad un punto di svolta, ad una rivoluzione che modificherà in maniera considerevole la nostra vita e il nostro lavoro. Non è il passaggio dall’Iphone XS all’XR, non è il passaggio dal Macbook air al pro, non è la diffusione sempre più estesa della macchina elettrica a svantaggio del diesel e della benzina, a determinare questo cambiamento. È un vero e proprio salto nel futuro. Futuro che parla di intelligenza artificiale. Nuove macchine sensazionali, molto simili a noi, che lavoreranno instancabilmente, che non si ammaleranno e che non chiederanno un aumento dello stipendio.

La domanda seguente è: chi siete voi? Che decisione prendereste se foste seduti a quel tavolo? Lo scrittore Franco Berardi in un’intervista a Rai news così spiega questo momento storico: “Quell’ora et labora ci diceva che il lavorare era necessario, ora non lo è più. Infatti, da una ricerca Mckinsey si evidenzia che se si inserissero le migliori tecnologie in ogni lavoro, il 45% del lavoro stesso sarebbe eliminato dalla presenza artificiale”. Siamo stati abituati all’idea secondo cui la nostra vita attiva si identifichi con il lavoro, ma se rimarremo ancorati a questa idea, la nostra sola prestazione non potrà più fare la differenza per farci tenere il posto di lavoro. Il risultato sarà diventare dei “disoccupati disperati”.

Quello che bisogna fare invece è esser disposti a continuare a tenersi il lavoro stretto per identità e reddito e per farlo, sarà necessario rimanere aggiornati. L’obiettivo sarà (ed è già) rendersi non facilmente sostituibili. Lo conferma lo stesso Segretario Generale della Fim Cisl, Marco Bentivogli, “la rivoluzione non riguarderà solo il modo di produrre, ma cambierà completamente il modo di vivere delle persone. Tutto dipende dalla capacità di partecipare a questo cambiamento, salpando l’onda e non ritraendosi da essa”. E io aggiungerei che tutti devono salparla. Questo perché, se un tempo il progresso tecnologico era sbilanciato a favore delle alte qualifiche e a sfavore delle basse qualifiche, ora non lo è più. L’intelligenza artificiale sta emergendo e nessuno avrà sconti. Così, Caro lettore, anche il mio settore, quello delle Risorse Umane, è stato (e continuerà ad esserlo) oggetto di cambiamento. Infatti si sono modificati tutti gli aspetti dell’HR, dal reclutamento, alla formazione, dalla comunicazione alla cura dei collaboratori. Per questo nemmeno io posso fermarmi, devo saper cogliere l’occasione di imparare e di migliorarmi costantemente. Come? Tramite l’empowerment, tramite una teoria finalizzata al miglioramento delle “persona”. Un fattore questo, che spinge l’altro verso il cambiamento, verso l’innovazione, verso lo sviluppo. Risente molto poco delle condizioni ambientali, sociali e anagrafiche. Infatti non è detto che l’empowerment di una persona ricca e acculturata sia maggiore di una meno ricca e che abbia studiato di meno, così non è vero che nel maschio sia maggiore che nella femmina. È molto personale e individuale, per questo self-. Invece, Il termine “power” indica “potere” . Non si parla del “potere” sostantivo, nemmeno aggettivo “sono più potente di”, ma “potere” verbo, che significa “avere la possibilità di”. Infatti, empowerment può essere tradotto in POSSIBILITAZIONE e la possibilità non è né cambiamento né staticità . È un input. Deve portare a maggiore consapevolezza di sé e poi alla conseguente azione. E in questo caso l’azione è rivolta verso la soddisfazione di un bisogno necessario, quello di continuare a lavorare. Il Dott. Daniele Arman , HR Manager della Bofrost, così sottolinea: “Le persone serviranno sempre, perché le relazioni umane restano fondamentali nel nostro mestiere. Andranno però riconvertite le competenze, con un travaso da quelle amministrative a quelle che servono per utilizzare questi nuovi strumenti”.

Quello che traspare dalle sue parole è quello di voler avere nei propri lavoratori maggiore participation, definita dal Dott. Luciano Pero, docente MIP-Politecnico di Milano di Organization Theory and Design, come la possibilità di incidere sulle decisioni aziendali. Ebbene, per essere fortemente coinvolti all’interno della propria azienda, risulta necessario aggiornarsi, mettersi in discussione. Per farlo, bisogna capire cosa si sta vivendo e come le aziende possano avere un ruolo cruciale. Monica La Cava, Human Capital Development Initiatives e People Insight di Unicredit, spiega l’importanza di introdurre una nuova mentalità nell’organizzazione. Serve cambiare il mindset delle persone per affrontare i processi digitali e per lavorare in maniera più aperta rispetto al passato. E quindi un percorso formativo – informativo, destinato a tutto il personale dei colletti bianchi può contribuire alla creazione di una sensibilità digitale condivisa. Ma io dico, perché no anche ai colletti blu? Lavoratore e azienda rappresentano un binomio indissolubile anche di fronte a questa Quarta Rivoluzione Industriale, nonostante la “macchina” stia cercando di spezzarne il legame. Solo la consapevolezza di un cambiamento, solo il superamento del timore che ne deriva, può risultare fondamentale per sopravvivere.

Quindi, come si intuisce, la domanda da porsi è sempre la stessa: passi, bussi o rilanci?

Write a comment
Your email address will not be published. Required fields are marked *

Questo sito è protetto da reCAPTCHA, ed è soggetto alla Privacy Policy e ai Termini di utilizzo di Google.

Noi e terze parti selezionate utilizziamo cookie o tecnologie simili per finalità tecniche e, con il tuo consenso, anche per altre finalità come specificato nella cookie policy. Puoi liberamente prestare, rifiutare o revocare il tuo consenso, in qualsiasi momento. Puoi acconsentire all’utilizzo di tali tecnologie utilizzando il pulsante “Accetta”. Chiudendo questa informativa, continui senza accettare. View more
Accept