La reclusione diventa il principale strumento di sanzione in campo penale solo tra il 1700 e il 1800, prima il carcere non era visto come una vera e propria pena ma solo un metodo di difesa sociale basato su una semplice custodia dell’individuo.
Lo studio sul sistema carcerario prende rilevanza con Stanley Cohen, un importante sociologo, criminologo e professore, noto per la sua profonda preoccupazione per le violazioni dei diritti umani che lo portarono a studiare la prigionia in Inghilterra e in Palestina fondando un centro per lo studio dei diritti umani presso la scuola di Economia di Londra. Cohen individua tre principali modelli per spiegare lo sviluppo del penitenziario: – Il modello riformatore: il sistema di reclusione attuale è visto come il risultato di un processo di civilizzazione. – Funzionalista: La prigione è un’importante strumento per rieducare un individuo, mettere ordine sociale ed evitare tendenze devianti. Strutturalista: Un modello che basa la sua ricostruzione relazioni tra gli aspetti economici e la classe dominante. Il modello riformatore è visto come il modello ideale nato da gruppi di religiosi e pensatori che riusciranno a promuovere nella politica una visione diversa da quella delle antiche punizioni corporali, quella di pene più morali e rieducative. Sarà l’inizio di un progresso culturale e innovazione nel sistema detentivo. In Italia, Cesare Beccaria filosofo ed economista si dichiarerà contrario alla pena di morte e ad ogni forma di tortura evocando la ricerca di nuove forme di giustizia. Scriverà “Dei delitti e delle pene” un capolavoro che dimostra ancora una volta tutta la sua contrarietà nella giustizia penale basata sulla pena di morte, questo breve saggio enorme fortuna in tutta Europa e nel mondo. «Se dimostrerò non essere la pena di morte né utile, né necessaria, avrò vinto la causa dell’umanità.» (da Dei delitti e delle pene)