La cultura consumistica della società moderna Maurizio Nistor 14/05/2022

La cultura consumistica della società moderna

Zygmunt Bauman è considerato uno dei più grandi filosofi e sociologi del Novecento, Bauman ha coniato un’espressione per descrivere il periodo attuale, la società post-muro di Berlino, la società della precarietà lavorativa, il welfare ridotto l’espressione “società liquida”; quel periodo storico basato su una profonda incertezza, un presente liquido senza certezze. Si basa sulla società fine Novecento, dove un giovane non esce da un periodo di formazione con la tranquillità di trovar lavoro. Alla base l’incertezza lavorativa nella società della paura, della violenza nonostante ci sia meno violenza nelle società antecedenti ma è cambiata la percezione, è cresciuta la paura. L’ inquietudine esistenziale, l’aumento dei divorzi.

La società sotto assedio, un libro dove le relazioni sociali sono molto indebolite, dove ci si sente sotto assedio. L’identità nella modernità “liquida” di oggi, Bauman parla di una società che crea persone infelici, preoccupate. Dove i manager di marketing insistono sul fatto che, con i prodotti che essi offrono, creano soddisfazione. Sarebbe vero se non ci trovassimo in economia del consumo, dove ci si preoccupa di sostituire un prodotto con il successivo, nonostante non ce ne sia il bisogno. Il consumo è una caratteristica della società, una ricerca continua dell’individuo, non di soddisfare delle esigenze, quanto dell’aumento continuo dei desideri. Il Marketing attuale non ha lo scopo di creare nuovi beni ma nuovi bisogni. I consumatori fanno parte del mercato, loro stessi diventano oggetti, diventano delle merci. La ricerca continua della qualità, imitare lo stile di vita, costruirsi un’identità sul consumo. Aver costruito la felicità su questa etica ha trasformato la vita in frenesia, un vivere quotidiano che non ti porta alla felicità, ci si satura presto di un determinato prodotto. La nostra epoca è il trionfo della mercificazione dei rapporti umani, come spirito del nostro tempo. Noi consumiamo molto di più di quanto lo facessero i nostri avi, un consumo perpetuo, nella ricerca della felicità. Un consumo patologico che ci conduce ad una vita illusoria, in quanto non è possedere il bene che ci appaga ma l’ottenere un bene da consumare in una ricerca che non ha mai fine. In una tensione continua si cerca ciò che non si ha bisogno ma ciò che appaga il proprio desiderio di consumo, questo spiega anche il successo di piattaforme quali Amazon, Instagram, Zalando. Noi siamo ciò che consumiamo e il consumo ci rende schiavi, in una spinta compulsiva nel cercare continuamente prodotti e servizi. Una dipendenza non diversa da una droga alla quale non si rinuncia. Una dipendenza che accomoda nella paura di cambiare stile di vita, nella paura di cadere nell’isolamento, nella critica, nella diversità.

La post-modernità liquida osservata da Bauman, tipica della globalizzazione dove l’economia finanziaria speculativa domina rispetto all’economia reale produttiva. Affrontare le paure senza rinnegare la democrazia; Bauman parla nelle sue interviste di com’era il modello classico del rapporto tra capitale e lavoro citando come esempio la vecchia fabbrica fordista, con alla base un’etica lavorativa di reciproca dipendenza in quanto Ford senza i loro dipendenti non avrebbe potuto consolidare un’azienda. Un arricchimento reciproco di ricchezza e potere, dove Ford garantiva il loro sostentamento, “condannati” a vivere insieme per molti anni. Un giovane che faceva un colloquio in Fiat o per altre aziende, era destinato a restarci fino al pensionamento. Oggi invece, un operaio o un impiegato non si aspetta una collaborazione duratura, e l’azienda stessa può subire dei cambiamenti; una grossa azienda potrebbe assorbire la piccola, i dirigenti potrebbero spostare il loro capitali, insomma tante le variabili. All’interno del gruppo di lavoro, non esiste più quella solidarietà o comunità tra lavoratori, come al tempo di Marx, al contrario ogni collaboratore o collega diventa un potenziale concorrente, l’ambiente è di grande sospetto e di continua ricerca di apparire migliore rispetto l’altro. Il vecchio stampo di fabbrica produceva solidarietà, quella attuale produce costante rivalità. Le persone che appartengono al precariato hanno paura di svegliarsi senza un posto di lavoro, paure condivise dal ceto medio non più stabile come un tempo. Facebook guadagna molti soldi proprio grazie alle situazioni attuali.

Secondo Bauman la paura è quella di non essere notati, il virus che compromette il senso della vita è l’esclusione, l’abbandono il sentirsi rifiutati. Il contatto è mediato, superficiale ma sembra che queste paure scompaiano con la premessa di creare una comunità personale, grazie alla rete, in maniera veloce, ma allo stesso tempo può nell’immediato concludersi. Nasconde la paura di restar soli. Tutti noi viviamo in due mondi, online ed offline. Il confort dell’universo online è impossibile nel mondo offline.

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