Le Albere di Trento tra passato e contemporaneità

Le Albere di Trento tra passato e contemporaneità

Il luogo detto per antonomasia il Palazzo fuori Porta Santa Croce merita di essere visitato. Vi si va per un ampio e lungo spalleggio di densi alberi e grandi, a man destra de’ quali scorre mormorando un gentil alveo. Arrivando s’apre davanti, come un anfiteatro di pianura, o Piazza distinta in Alberi, e passaggi, formando di sè il Palazzo, quasi bel teatro in prospettiva. Il luogo è posto in isola di forma quadrangolare a Torri con riparo nobile di Balaustrata e regolare recinto di Mura, e Fosse, e Ponte levatoio alle gran Porte – disse del palazzo Michelangelo Mariani nel 1673, il Palazzo delle Albere il cui nome si rifarebbe al lungo viale scandito da due filiari di pioppi bianchi (dal latino populus alba, poi nel volgare “albere”) colleganti la dimora cinquecentesca al portale d’ingresso, l’Arco dei Tre Portoni.

Risulta ancor oggi difficile ricostruirne la storicità per la mancanza totale di documenti che ne attestino la fondazione. E’ comunque dichiarato che l’edificio fungesse da residenza estiva suburbana della famiglia Mandrazzo su richiesta di Gaudenzio Mandrazzo, padre di Cristoforo che resse le sorti del vescovado trentino ai tempi del Concilio di Trento, tra il 1539 e il 1567. Luogo ricco di rigogliosi giardini e orti ove si celebrarono feste, tornei e ricevimenti, ospitando perfino il principe di Spagna Filippo, figlio di Carlo V, fu abbandonata dopo il 1658, anno della morte di Emanuele Mandruzzo, ultimo vescovo della città e membro della dinastia Mandruzzo. Rovinata da un incendio nel 1796, l’architettura fu restaurata nel 1833-34 e nel 1867. L’architettura oggi non più considerata il principale punto di osservazione del territorio ha perso nel tempo importanza a causa dello stravolgimento dell’assetto territoriale causato dalla deviazione dell’Adige dal centro di Trento nel 1858, assieme alle successive edificazioni di industrie e impianti sportivi, del Cimitero, del Seminario e della ferrovia compromettendone la fisionomia e il primario ruolo celebrativo. Il palazzo venne abitato dapprima da contadini e poi dalle famiglie degli operai dell’adiacente fabbrica Michielin. Tra il 1970 e il 1977, dopo l’acquisto da parte della provincia il palazzo fu restaurato e adibito a sede della Sezione d’Arte contemporanea del Museo provinciale d’arte. Dal 1987 al 2011 fu sede del Mart – Museo d’arte contemporanea di Trento e Rovereto. L’edificio a pianta quadrata con quattro torri angolari richiamerebbe l’architettura militare, un progetto di Francesco Chiaramella da Gandino, ingegnere militare alle dipendenze del Mandruzzo, attivo nella metà del XVI secolo, in suolo tedesco in particolare. Sviluppato su tre piani con corridoi centrali e prima dell’incendio un torrino disposto sul tetto. Al piano terra un “portego” riproposto al piano superiore rivolto ad oriente, verso la città appunto, illuminato da ampie finestrature a doppia serliana, un arco a tutto sesto affiancato simmetricamente da due aperture sormontate da un architrave ove fra l’arco e le due aperture sono collocate due colonne. La serliana resta un elemento architettonico di origine romana diffusosi con successo nel periodo rinascimentale e manierista, termine oltretutto illustrato nel trattato I Sette libri dell’architettura di Sebastiano Serlio (1475-1554), architetto e teorico bolognese. Gli affreschi decoranti la parte nobile del palazzo, le stanze e le sale dei ricevimento sono andati perduti. Ciò che resta sono le rappresentazioni eseguite dalle maestranze che operarono nel Magno Palazzo del Castello del Buonconsiglio a seguito del Romanino, Dossi e Fogolino. Dal piano terra è possibile accedere al portico passante ove in origine si ramificavano vari locali di servizio come le cucine, il pozzo per la raccolta dell’acqua e un sottopasso che permetteva di raggiungere l’altro lato del palazzo passando sotto l’ingresso principale. I saloni di rappresentanza originariamente decorati da cicli di affreschi, sono collocati nei torrioni del primo e secondo piano. Al primo piano si trova la gran sala affrescata con le imprese di Carlo V e della sua vita, dipinta dopo la sua morte nel 1558. Pochi frammenti del ciclo sono oggi visibili. La sala del camino è decorata dal ciclo dei mesi con lo stemma della famiglia, e nel torrino della zona sud-est la serie dedicata all’età dell’uomo di Fogolino, artefice anche degli affreschi dei torrioni superiori. Al secondo piano infatti è presente il ciclo delle sette arti liberali dedicate alla grammatica, logica, musica, geometria, aritmetica, retorica e astronomia contrapposto al torrino nord-est portavoce del ciclo delle virtù cardinali e teologali quali prudenza, giustizia, fortezza, fede, temperanza, speranza e carità.

Attualmente il palazzo, promosso dal Servizio Attività Culturali della Provincia Autonoma di Trento propone mostre temporanee, workshop e attività ludiche. Situato lungo la direttrice che dal centro storico della città conduce al nuovo quartiere “Le Albere”, uno dei progetti riqualificanti urbani più famosi e discussi degli ultimi tempi, progettato da Renzo Piano e inaugurato ancora nel luglio 2013. Si tratterebbe di una superficie di 113.000 mq, dei quali 68.000 mq coperti da fabbricanti con lo scopo di sensibilizzare i cittadini – un numero approssimativo di 110.000 abitanti – al recupero del rapporto tra la città e il fiume educando le future generazioni a un occhio più attento e consapevole. Una visione dell’area che poserebbe lo sguardo alternando spazi verdi ad architettonici, partendo cronologicamente dal palazzo rinascimentale al MUSE, il Museo delle Scienze, un edificio scandito da forme spezzate di vetro e legno locale dal basso impatto energetico e innovativo per l’utilizzo di fonti rinnovabili: da luoghi culturali a privati, all’interno di un quartiere in legno, vetro e cemento destinato a uso abitativo, uffici e locali commerciali.

Nonostante il valore estetico indiscusso, a distanza di quattro anni l’intervento troppo omogeneo non è ancora in grado di inglobare questa “cittadella” nella città poiché ancora vissuta da una clientela di un ceto sociale medio-alto. Nonostante l’impegno dei progettisti di reinterpretare le strutture degli edifici trentini quanto le dimensioni delle strade, oggi è ancora difficile creare un ponte. Fattori critici possono essere la mancanza di mezzi pubblici circostanti, parcheggi a pagamento, insufficienza di attività commerciali o un mini-market che possa rendere maggiormente autonomo l’intero quartiere. Resta, in controtendenza, l’impatto economico positivo del MUSE indicando, dopo un anno e mezzo dall’apertura del 2015, un indotto economico sulla città di 50 milioni di euro: 10,8 di impatto diretto (forniture, stipendi ai dipendenti); 7,9 di impatto fiscale indiretto (IRPEF e IRAP) e 32,1 milioni di indotto sul sistema economico provinciale legato ai turisti. Il tutto a fronte di un investimento da parte di Patrimonio del Trentino (con contributo provinciale) pari a 73,9 milioni di euro per la sua realizzazione. Le casse pubbliche hanno poi contribuito con altri 45,6 milioni di euro alla nuova Biblioteca universitaria per una cifra investita totale che si aggira alla metà di quella che è stata necessaria per realizzare l’intero quartiere, pari a 220 milioni di euro.

Sicuramente i musei, grazie alle continue proposte culturali, accolgono nuovi visitatori, potenziali clienti quanto nuovi abitanti, ma è risaputo che la rigenerazione urbana è possibile nel momento in cui si attuano delle vere e proprie azioni sociali rigenerative in grado di creare nuovi posti di lavoro e in conseguenza un miglioramento non solo dell’ambiente urbano, ma anche dell’apparato sociale.

In copertina uno scatto del Palazzo delle Albere e il MUSE.

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