Stendhal e la bellezza come promessa di felicità Sara Cifarelli 13/05/2022

Stendhal e la bellezza come promessa di felicità

Stendhal sostiene “la bellezza è una promessa di felicità” una forma capace di suscitare in noi emozioni forti, forse primitive, causando stordimento, perdita di razionalità, stupore, paura. In una società dove regna l’apparenza, la bellezza sembra quasi un’ossessione di molti e capiamo che è diventata oggi quasi un’esigenza chiarire cosa sia il bello.

Il concetto di bellezza si è evoluto nei secoli; nel Medioevo era considerato una rappresentazione di Dio nella sua perfezione, nel Rinascimento come forma di armonia e proporzione reinterpretata anche nell’architettura – vedi Brunelleschi. In ogni Era, come in ogni disciplina del Sapere – dall’arte alla filosofia, dalla letteratura alla psicologia – scrittori, scienziati e filosofi l’hanno descritta in rappresentanza di un’epoca o con un occhio differente e distaccato rispetto al pensiero “attuale” come il caso di Freud, grande rivoluzionario, secondo cui all’esperienza estetica primaria va sommato il perturbante, un’inquietudine da noi associata a ciò che non è familiare.

Ciò che non conosciamo fa paura: la paura è bellezza.

A ogni modo, seppur vero che alcune forme di bellezza restino universali e indiscusse, è anche vero che l’uomo può essere attratto da alcuni dettagli che la rendono tale. Pertanto si può affermare che la bellezza è soggettiva. Di lei ci può colpire un particolare restando effettivamente suggestionati da ciò che è lontano dal nostro modo di pensare e vivere: può essere un paesaggio, un palazzo, una persona, una poesia. La bellezza può distrarci da questioni importanti, allontanarci dalla realtà o mostrarcela con occhi nuovi. Pertanto, mentre filosofi come Karl Popper e Isaiah Berlin, che hanno definito la bellezza come la felicità un’utopia, inaffidabile e pericolosa per l’uomo, altri come Elaine Scarry, docente di estetica a Harvard, difende il concetto di bello, sostenendo “Sulla bellezza e sull’essere giusti” che la contemplazione della bellezza possa invece stimolarci ad un atteggiamento socialmente più aperto ed incline alle relazioni. La bellezza può educare, addolcire, avvicinare le persone.

“La Bellezza è l’unica cosa contro cui la forza del tempo sia vana” scrive Oscar Wilde.

Tuttavia la bellezza non basta da sola a dare valore alle persone. E’ necessario un lavoro costante su se stessi per apprezzarsi, accettare il proprio aspetto e la propria personalità. La bellezza passa attraverso la cura di sé e la capacità di riscoprirsi un po’ ogni giorno poiché la bellezza è soprattutto una forma di intelligenza che crea stile e fascino. E’ qualcosa di profondo che non si limita al corpo, che va oltre l’ammirazione e stimola curiosità e vicinanza nell’altro. E’ il fascino dunque che ci sorprende, nel modo in cui percepiamo l’altro e desideriamo entrare in contatto con lui; il fascino è quella qualità che attiene all’intelligenza e che si manifesta attraverso i gesti, gli sguardi, sorrisi e parole. Il fascino è l’espressione più alta della personalità e il corpo ne è la manifestazione.

La sindrome di Stendhal

Li definiremmo “I malati di bellezza” per quella che non si può definire una patologia quanto un disturbo psicosomatico colpendo solo gli spiriti particolarmente sensibili all’arte e alla bellezza e in particolari ambienti in cui si trovano. I sintomi temporanei possono essere crisi di panico, palpitazioni e spaesamento fino ai casi più gravi come crisi di pianto, angoscia e depressione.

Le persone che manifestano la sindrome di Stendhal riferiscono di essere state sopraffatte dalla bellezza di opere artistiche a un punto tale da non essersi più sentiti nel proprio corpo. La sindrome si presenta in maniera improvvisa ed inaspettata. Le persone che ne sono affette sono principalmente di sesso maschile, con un’età compresa tra i 24 e i 40 anni, viaggiatori, per lo più soli, con un buon grado di istruzione scolastica.

La prima testimonianza ci viene riportata dallo scrittore francese Marie-Henri Beyle, in arte Stendhal, che nel 1817 lo raccontò nel suo libro “Roma, Napoli e Firenze”:

“Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce, ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere.”

Durante la sua visita nella Basilica di Santa Croce a Firenze lo scrittore avvertì un disagio e un malessere tali da spingerlo a descrivere gli effetti sperimentati in prima persona. Solo molti anni dopo il disturbo venne analizzato e classificato per la prima volta dalla psichiatra Graziella Magherini.

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