Voi che siete ossessionati dalla moda low-cost sapete che dietro esistono meccanismi poco puliti?
A pagarne il prezzo è il nostro Pianeta e le persone più vulnerabili, quelle che appartengono al Terzo Mondo confinate in territori remoti tra le discariche abusive dell’Africa e del Sud America come il Cile e il Dandora.
La tendenza del fast-fashion indica una pratica che nella moda consente di produrre continuamente capi a basso costo e di scarsa qualità attraverso le grandi catene economiche orientate a un pubblico giovane. Scavalcando le etiche sociali questa tendenza, per la necessità di abbattere i costi, sfrutta il lavoro minorile creando distese di spazzatura a cielo aperto. A pesare sono anche i lunghi spostamenti delle merci tra continenti e lo smaltimento dei capi invenduti provenienti principalmente dai paesi asiatici come Bangladesh e Cina; la prima in particolare racchiude un’economia fragile legata alla produzione di filati o indumenti incompleti ma soprattutto alla bassa qualità delle fibre sintetiche come il poliestere.

Ci riferiamo agli “sweatshop”, industrie al limite della legalità che impiegano bambini.
Provenienti dalle fasce sociali più povere e costretti a lavorare in ambienti intrisi di sostante tossiche (detergenti e coloranti) e altamente inquinanti, e senza dispositivi di protezione. Tra le più nocive gli PFAS (perfluro-alchiliche), non ancora normati dalle autorità nazionali, usati per impermeabilizzare o rendere più resistenti i tessuti alle macchie. Sostanze inalate dai lavoratori e per poi essere riversate in canali e fiumi come il Gange che ha causato la moria dei pesci e il rischio salute per la popolazione oltre a danneggiare l’agricoltura, mezzo di sostentamento per la sua sopravvivenza sociale.
In Cina, che ad oggi mostra un’industria più avviata ed efficiente, d’altro canto c’è un maggiore controllo sull’ambiente. Nella nazione le maggiori criticità possono derivare dai prodotti utilizzati per confezionare i capi come il caso Shein dove sono state individuate sostanze nocive (metalli pesanti e ftalati) e pesantemente regolamentate in Europa.
Un viaggio lungo per arrivare al nostro armadio.
Ogni capo attraversa più continenti per raggiungere i grandi magazzini o gli e-commerce online.
Un viaggio tuttavia che non termina nel nostro armadio a causa delle mode “transitorie” e le tendenze in evoluzione che ci spingono a cambiare, sbarazzandoci del vecchio. Sono le “collezioni flash” di Zara e Boohoo dove la vita dei capi tende a essere molto breve provando una maggiore produzione di rifiuti; uno spreco che segna una sovraproduzione del 40% di articoli invenduti e che possono essere da un lato raccolti da ONG o smerciati in contesti di povertà, dall’altro inevitabilmente bruciati. Ci riferiamo a prodotti con difetti o danni evidenti che li rendono invendibili sul mercato. E dove finisco questi usa e getta? Gettati nelle discariche attorno a città o aree desertiche del Terzo Mondo per essere ciclicamente incendiati causando danni all’ambiente e alla popolazione che li abita.
Secondo i dati Greenpeace il 25% dei capi di abbigliamento nel mondo rimane invenduto e meno dell’1% dei vecchi abiti viene riciclato per produrre il nuovo:
<<I marchi del fast fashion hanno concentrato la maggior parte dei loro sforzi nel promuovere una finta moda “riciclata e riciclabile” spacciandola come soluzione ai loro impatti ambientali. Promettere una “moda sostenibile” è un totale controsenso se poi la maggior parte dei capi di abbigliamento viene realizzata con materiali inquinanti come il poliestere ricavato dal petrolio, che a ogni lavaggio rilascia microplastiche.>>
Perciò per promettere una moda sostenibile, i grandi marchi dovrebbero al più presto affrontare il problema con consapevolezza e senso di responsabilità nel tentativo di introdurre una moda lenta e circolare per salvaguardare il futuro di oggi e delle generazioni che verranno.
*immagini delle discariche da Greenpeace
